L’Eucarestia:fonte e culmine della vita cristiana. La Particolarità di S. Giovanni.

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L’Eucarestia:fonte e culmine della vita cristiana. La Particolarità di S. Giovanni.

Messaggio Da spe salvi il Mar 27 Mag 2008, 18:25

Vicariato di Bogliasco – Pieve L. – Sori

Incontri vicariali per laici

L’Eucarestia:fonte e culmine della vita cristiana. La Particolarità di S. Giovanni.



secondo incontro


Giovanni 6,1-15; 26-58

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? ”. 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente? ”. 10 Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: “Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo! ”. 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Il racconto è narrato sei volte nei Vangeli, rispettivamente due volte in Mc e Mt e una volta in Lc e Gv. Tutti gli evangelisti interpretano il fatto in senso eucaristico: il pane prefigura il corpo di Gesù dato per noi. Tutto il cap. 6 è un gioco di equivoci sul pane, come con Nicodemo sul “nascere” e con la Samaritana sull’”acqua”. L’equivoco nasce da un doppio senso:una parola ha un significato comune, ma anche un altro più importante da scoprire di cui il primo è segno. La lettura simbolica della realtà fa la differenza tra l’uomo e l’animale. Ogni cosa non è solo se stessa ma anche rimando ad altro. Chi non lo coglie non capisce l’agire di Dio nella sua vita e talvolta neppure l’agire degli uomini.
Come sempre, il fatto che accade è un segno: il discorso/dibattito non solo ne chiarisce il significato, ma è anche l’impatto tra l’ascoltatore e la Parola che opera in lui ciò che il racconto dice.
Come l’acqua da cui si nasce e l’aria che si respira, anche il pane è simbolo primordiale di vita: lo si mangia per vivere. Ma, a differenza dell’acqua e dell’aria, non è solo dono della terra e del cielo: è anche frutto del lavoro, condito di gioia e fatica, speranza e sudore.
La domanda di Gesù a Filippo serve ad aprire la mente al mistero di ciò che sta per compiere. È facile scambiare il Signore per un fornitore di pane a buon mercato; per questo la gente lo vuole proclamare re. È invece difficile capire che il pane è segno del dono della sua vita di Figlio di Dio. Non si tratta né di comprarlo né di fare i conti con la propria insufficienza, bensì di accogliere colui che solo ha parole di vita eterna.
Gesù è il Figlio che ha in sé la vita come dono del padre. Ora la dona ai fratelli perché ne vivano. Il gesto che fa e le parole che dice illustrano la sua vita di Figlio: prende il pane, rende grazie e distribuisce ai fratelli, saziando la loro fame.
v.2 il popolo lo segue, compie l’esodo al seguito, non più di Mosè, ma al seguito del Figlio
v.3 Mosè salì sul monte, dove furono date le due tavole della legge, ora la Parola stessa si darà come pane di vita. Già da questa scelta di Gesù si capisce che inizia la “sostituzione” della vecchia alleanza con la “nuova ed eterna”
v.4 questa indicazione esplicita le precedenti allusioni all’esodo e illustra il significato del pane, donato nell’ultima Pasqua, quando Gesù istituì l’Eucarestia.
v. 5 alza gli occhi verso i fratelli, perché si è posto più in basso di loro, si è fatto il più piccolo e il servo di tutti. L’uomo ha la vita, ma non è la vita. La sua vita non è sua: viene da un altro e si mantiene con altro da sé, con il pane. Ma c’è pane e pane. C’è quello che si compra e si vende, per il quale si litiga e si uccide. Non è certo questo quello che fa vivere; ad esso anzi, si sacrifica la vita.
v. 6 qui il Signore tenta il discepolo per provocarlo a cogliere l’alternativa che si offre “al pane che si compra”. Infatti sa cosa sta per fare. Dare questo pane è il senso della sua vita: è la sua carne data per noi.
v. 7 servono duecento denari, duecento giornate lavorative, per procurarsi questo pane di sudore. Il discepolo ignora da dove venga il pane che Gesù sta per dare. Non è da acquistare con fatica: è dono del Padre al Figlio, che a sua volte lo condivide con i fratelli. All’economia violenta dell’appropriarsi per possedere, Gesù sostituisce quella del Figlio che dà come riceve e ama come è amato.
v. 9 un ragazzino, insignificante, sta all’origine del dono per tutti. Questo piccolo ha messo il suo pane a servizio degli altri. È immagine di Gesù. Quanto egli ha, è sufficiente solo per lui: è la sua vita di quel giorno. Ma, una volta donato, sarà cibo sovrabbondante per tutti. Ma sarà proprio il dono di uno solo che sazierà tutti. Ognuno infatti, dando ciò che ha, realizza pienamente l’essere figlio del Padre e fratello degli altri. L’equivoco del pane è lo stesso della vita. L’uomo pensa sempre a un pane da possedere, comprandolo e accumulando per domani. Ma come la vita, che c’è solo “oggi” ed è un dono. È come il respiro, che non può essere trattenuto o accumulato.
Si può anche notare che i pani sono cinque e i pesciolini due: la loro somma sette, numero che richiama il compimento della creazione.
v. 11 Gesù prende il pane che considera dono dell’amore del Padre, prende ringraziando. Il Figlio non riceve passivamente, perché è capace di distribuire ai fratelli ciò che ha ricevuto. È nel “distribuire” che si vede concretamente come uno “prende”, se come dono o come possesso. Il problema dei beni è sempre la loro distribuzione.
v. 12 solo questo pane sazia la fame dell’uomo. Mangiare pane che non sazia è la grande maledizione, che oggi noi comprendiamo bene. Infatti gran parte dell’umanità non ha da mangiare perché una piccola parte accumula una pane che più si mangia, più lascia affamati. Ciò che sazia è la relazione, ciò che fa morire è la sua assenza.
Il sovrappiù non deve andare perduto: è la vita del Figlio, salvezza di tutto e di tutti.
v. 13 di questo sovrappiù c’è una pienezza stracolma, che indica la benedizione di Dio. Dodici ceste, come dodici i mesi dell’anno, dodici le tribù di Israele: di questa pienezza ce n’è per sempre per tutti.
v. 14 hanno visto il segno ma non hanno colto il significato di quel segno. Vogliono solo il pane, non la gioia di colui che dà la vita.
v. 15 come si rapisce il pane, così si rapisce colui che lo dà, per avere le mani sulla sorgente della vita. È l’antico e ripetitivo gesto di Adamo, che vuole impadronirsi del dono, negando colui che dona.

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Re: L’Eucarestia:fonte e culmine della vita cristiana. La Particolarità di S. Giovanni.

Messaggio Da spe salvi il Mar 27 Mag 2008, 18:26

26 Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27 Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. 28 Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? ”. 29 Gesù rispose: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”.
30 Allora gli dissero: “Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? 31 I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo ”. 32 Rispose loro Gesù: “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dá il pane dal cielo, quello vero; 33 il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dá la vita al mondo”. 34 Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. 35 Gesù rispose: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 36 Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. 37 Tutto ciò che il Padre mi dá, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. 40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
41 Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. 42 E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo? ”.
43 Gesù rispose: “Non mormorate tra di voi. 44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare? ”. 53 Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

La gente cerca Gesù per quello che lui ha dato. Non desiderano tanto lui, quanto ciò che da lui viene. Sono come i polli, che vanno dietro alla massaia per amore del becchime. Sono ancora intenti al cibo che perisce.
Il pane che Gesù vuole darci è quello che ci riporta dal deserto al giardino, dall’esilio alla patria. Questo pane è la sua stessa vita.
Chi fa del pane, di se stesso o di qualunque altra cosa, compresa la legge e l’alleanza, il proprio feticcio, è come uno che si innamora dell’anello di fidanzamento e non di chi gliel’ha dato. Allora ciò che è segno perde il suo significato, ciò che è mezzo diventa fine: la vita si riduce a un accumulo di segni senza significato.
Gesù cerca di far cogliere, a folla e discepoli, il sovrappiù del pane che hanno mangiato.
v. 27 la vita dell’uomo è la comunione con Dio. Questa è data a chi, nel suo lavoro quotidiano, opera secondo la sua parola. L’uomo infatti non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Il pane che hanno mangiato il giorno prima è segno anticipato di questo dono. Ma è un segno che non colgono.
v. 29 accogliere Gesù, Parola del Padre, è realizzare il disegno di Dio, che ci vuole tutti figli nel Figlio.
v. 30 Gesù ha appena offerto il segno del pane, invece di darne uno nuovo, dà la spiegazione di quello che ha operato, perché vediamo in esso il compimento dell’opera di Dio e crediamo in lui.
v. 31 come la samaritana al pozzo parla dell’acqua data dal padre Giacobbe, come più avanti si parlerà del padre Abramo, la folla parla ora dei “nostri padri”, ai quali fu data la manna. Gli interlocutori di Gesù riconoscono l’azione di Dio nel passato, ma sono incapaci di vederla nel presente. Non colgono che ciò Dio ha compiuto per i padri è segno di ciò che compie ancora per noi. È questo il salto della fede, che permette di guardare oltre il semplice fatto per leggerlo come segno della mano e del cuore del Padre, sempre all’opera per i suoi figli.
v. 32 Gesù sposta l’attenzione da Mosè a Dio stesso (chiamato Padre mio) dal passato (vi ha dato) al presente (vi dà). Gesù aiuta i suoi ascoltatori a leggere i doni del passato come rimando a ciò che Dio opera adesso per loro.
v. 35 Gesù identifica se stesso con il pane di Dio che scende dal cielo e dà la vita al mondo. Io-Sono è il Nome con il quale Dio si è rivelato a Mosè (Es 3,14). Fame e sete indicano quel bisogno di vita, felice e piena, cui l’uomo aspira. Gesù sottolinea l’appagamento: diversamente sarebbe una frustrazione continua. È saziato addirittura il desiderio originario di Adamo: diventare come Dio (Gen 3,5)
v. 36 c’è nel loro cuore un impedimento a credere. Il Signore non può essere il loro pane, fino a quando altri pani sono il loro Signore: non possono credere in Dio, finché il loro Dio è il proprio io.
v. 42 Gesù è uomo: come può essere di origine divina? Come mai chiama Dio: “Padre mio” e promette agli uomini la vita di Dio? Come può un uomo farsi uguale a Dio? È il mistero di Gesù. Egli è carne, come tutti noi. Però è la Parola diventata carne, il Figlio di Dio che si è fatto Figlio dell’uomo, perché ogni uomo diventi figlio di Dio.
v. 43 Gesù non si giustifica né corregge. Chiede di non mormorare e di accettare questo scandalo, necessario alla nostra salvezza.
v. 49 i “vostri padri” ne mangiarono, ma non giunsero alla terra promessa; fallirono nel cammino e non ottennero la vita eterna, perché non ascoltarono il Signore
v. 50 credere in Gesù, pane di vita, diventa ora “mangiarlo”: assimilando lui, Parola diventata carne, non moriamo a differenza dei nostri padri.
v. 51 chi ne mangia ha la vita eterna: vive da figlio e sarà resuscitato nell’ultimo giorno. Non si dice che non subisca la morte fisica, ma che questa sarà seguita dalla resurrezione. Si passa dal pane che richiama il dono della manna, alla carne che richiama il sacrificio dell’agnello. Sono allusioni all’esodo e alla Pasqua. È preannuncio della passione. Gesù è l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, diventando, nel suo sacrificio, sorgente di vita e di benedizione per tutti. La carne di Gesù, la sua umanità offerta sulla croce come dono totale di amore, è l’epifania di quel Dio che nessuno mai ha visto.
v. 52 se nel v.41 mormoravano, ora c’è una discussione più vivace, un litigio. Litigano perché dice che la vita divina viene dal mangiare la sua carne di uomo. È lo scandalo fondamentale dell’incarnazione: Gesù è Parola e carne. La salvezza viene proprio dal fatto che lui è insieme Figlio dell’uomo e Figlio di Dio.
v. 53 il sangue per i semiti è la vita e la vita appartiene a Dio: per questo per loro è vietato “bere” il sangue. Ma la comunicazione della vita divina, la vita eterna, può avvenire solo a condizione di “bere” il sangue.
v. 56 è la prima volta che esce “dimorare in”. Significa la comunione di vita, propria dell’amore. L’amore infatti non è mai con-fusione che annulla le persone, né cannibalismo per cui uno sopprime l’altro. È invece comunione tra due che restano distinti. Qui si parla di reciproco dimorare dell’uno nell’altro: amare significa accogliere l’altro in se stesso, farsi sua casa.
Per questo un bue che mangia pane eucaristico non entra in comunione con il Signore, perché non lo ama né lo capisce, come tanti che partecipano all’Eucarestia senza sapere quello che fanno.


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Re: L’Eucarestia:fonte e culmine della vita cristiana. La Particolarità di S. Giovanni.

Messaggio Da spe salvi il Mar 27 Mag 2008, 18:26

Giovanni 13,1-17

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me? ”. 7 Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. 8 Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi! ”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. 9 Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo! ”. 10 Soggiunse Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti”. 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete mondi”.
12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. 16 In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. 17 Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.


Giovanni tralascia le parole sul pane e sul vino; narra invece che Gesù lava i piedi, dà il boccone a Giuda e dona il comando, quello dell’amore. In questo modo l’evangelista spiega l’Eucarestia e illustra il significato della croce: la lavanda dei piedi annuncia l’acqua che sgorgherà dal suo costato; il boccone dato a Giuda manifesta la comunione piena del Figlio con ogni perduto e il comando dell’amore realizza la vita nuova che il Signore è venuto a portare sulla terra.
v. 1 Giovanni insiste sulla libertà di Gesù. La croce non è un incidente di percorso. La Pasqua di Gesù è un “passaggio” da questo mondo al Padre. In questo esodo Gesù è il primo di molti fratelli che lo seguiranno sulla via della libertà.
v. 2 il cuore è centro delle decisioni. Giuda è vittima del diavolo. Il suo nome Giuda (= lode) richiama i giudei, eletti e amati da Dio. Il male nasce sempre da una parola ingannatrice (cfr. Gen 3,4ss). Giuda, come Adamo e ogni uomo, ha prestato orecchio alla parola del nemico invece che a quella del Padre. Possiamo ascoltare l’una o l’altra. Quella però che liberamente ascoltiamo entra in noi e determina il nostro agire, facendoci marionette manovrate dal maligno oppure co-autori del disegno di Dio.
v. 3 il suo gesto di lavare i piedi a chi rinnega e tradisce realizza la possibilità ultima del potere di Dio: la libertà di amare fino all’estremo. La misura dell’amore infatti è il non avere misura.
v. 4 Gesù lava i piedi non prima, ma durante la cena. Non è quindi una purificazione per il pasto: è il centro della sua cena. Non si spoglia solo della veste (= mantello), ma delle vesti: rimane nudo, come sulla croce dove ci dona se stesso. La sua nudità è rivestita di servizio (asciugatoio). Quando riprenderà le vesti (v. 12), non si toglierà il telo: rimarrà sempre la sua veste più intima. Il suo servizio che gli fa deporre le vesti e lo conduce alla croce, va oltre la stessa tomba: è amore che vince la morte, gloria del Signore, che sempre continuerà a lavare i piedi.
v. 5 lavare i piedi è gesto di ospitalità e di accoglienza, riservato allo schiavo non giudeo. Qui il Maestro rivela chi è il Signore: non è un padrone ma un servo. La qualità più profonda dell’amore è l’umiltà di essere al servizio dell’altro. I piedi rappresentano il cammino dell’uomo che si è allontanato da Dio; ora sono nelle mani del Figlio dalle quali nessuno li può rapire.
v. 6 il racconto non dice se Simon Pietro è il primo o l’ultimo a cui Gesù lava i piedi. Lo nomina come rappresentante degli altri, che certamente avranno avuto la medesima reazione. È una reazione di rifiuto. Pietro vuole un Gesù diverso da quello che è, perché è sbagliato quello che pensa di lui. In realtà non è Gesù lontano da Pietro, ma Pietro da Gesù. Lavare i piedi è il modo più proprio con il quale il Signore si rivela, mettendo in crisi la concezione che noi abbiamo di lui e di noi. Per noi il Signore è “sublime”, il servo è “infimo”. Gesù invece rivela sublime ciò che per noi è infimo e infimo ciò che per noi è sublime.
v. 7 la croce farà conoscere. Solo da essa Pietro capirà la scelta attuale di Gesù.
v. 8 Pietro reagisce perché non capisce. Per lui il Cristo, Maestro e Signore, deve esigere da tutti ospitalità e accoglienza, intimità e riverenza. Pietro non accetta che Gesù lo serva, come non accetta che il Signore dia la vita per lui: preferisce darla lui per il Signore. Egli pensa che il Signore stia sopra tutti per dominare, non sotto tutti per servire. Ignora che il primo è ultimo e servo di tutti.
v. 9 Pietro vuol essere con Gesù. Anche se non lo capisce, aderisce a lui. Senza saperlo dice una verità: il Signore lavandogli i piedi, gli sanerà la radice del suo camminare.
v. 10 frase misteriosa. Forse significa che, pur avendo fatto il bagno (il battesimo), se non accettiamo il Signore che ci lava i piedi, non abbiamo parte con lui alla vita eterna.
C’è chi vi vede un’allusione alla confessione dei peccati: anche dopo il battesimo, è sempre necessaria una purificazione ulteriore dei “piedi” per raddrizzare il nostro cammino.
v. 11 Gesù, come conosce l’amore del Padre, conosce anche quanto i fratelli ne siano privi.
v. 14 l’umiltà di un Dio che lava i piedi all’uomo è il fondamento di un’esistenza nuova: ci fa capire cosa significa “essere come Dio”, “essere santi come lui è santo”. Gesù lavando i piedi, fonda la comunità nuova. In essa invece del dominio di uno sull’altro, regna il servizio reciproco tra fratelli.
v. 15 Gesù è il modello da imitare. Queste parole di Gesù interpretano le parole dell’istituzione eucaristica: “Fate questo in memoria di me”. L’Eucarestia non è un semplice rito, ma un “fare” concreto: facciamo memoria di ciò che lui ha fatto per noi, per fare anche noi come lui, vivendo le nostre relazioni quotidiane nel servizio reciproco.
v. 16 Gesù chiama i suoi apostoli ad essere grandi come lui. La vera grandezza è quella del servizio. Ogni altra grandezza è vuota in se stessa e istupidisce chi la cerca; ridicola per chi ne capisce l’inganno, è dannosa per chi ne subisce il fascino. L’apostolo che mira ad onori, riconoscimenti e gloria non ha capito chi è il Signore.

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