Benedetto XVI negli Stati Uniti dal 15 al 20 aprile 2008

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Benedetto XVI negli Stati Uniti dal 15 al 20 aprile 2008

Messaggio Da spe salvi il Mer 16 Apr 2008, 18:11

INTERVISTA CONCESSA DAL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI GIORNALISTI DURANTE IL VOLO VERSO GLI STATI UNITI D’AMERICA (15 APRILE 2008)


Riportiamo di seguito la trascrizione dell’intervista concessa dal Santo Padre Benedetto XVI ai giornalisti del Volo Papale nel pomeriggio di ieri, martedì 15 aprile, durante il viaggio aereo da Roma a Washington:

P. Lombardi: Santità, benvenuto! A nome di tutti i colleghi che sono qui presenti, La ringrazio di questa disponibilità così gentile nel venire a salutarci e anche a darci alcune indicazioni ed idee per seguire questo viaggio. È il Suo secondo viaggio intercontinentale; il primo come Santo Padre in America, Stati Uniti e alle Nazioni Unite. Un viaggio importante e molto atteso. Per incominciare, vuole dirci qualche cosa sui sentimenti, sulle speranze con cui affronta questo viaggio e qual è il Suo obiettivo fondamentale, dal Suo punto di vista?

Papa: Il mio viaggio ha soprattutto due obiettivi. Il primo obiettivo è la visita alla Chiesa in America, negli Stati Uniti. C’è un motivo particolare: la diocesi di Baltimora, 200 anni fa, è stata elevata a metropolia e nello stesso tempo sono nate quattro altre diocesi: New York, Philadelphia, Boston e Louisville. Così è un grande giubileo per questo nucleo della Chiesa negli Stati Uniti, un momento di riflessione sul passato e soprattutto di riflessione sul futuro, su come rispondere alle grandi sfide del nostro tempo, nel presente e in vista del futuro. E naturalmente, fa parte di questa visita anche l’incontro interreligioso e l’incontro ecumenico, particolarmente anche un incontro nella Sinagoga con i nostri amici ebrei, nella vigilia della loro festa di Pasqua. Quindi, questo è l’aspetto religioso-pastorale della Chiesa negli Stati Uniti in questo momento della nostra storia, e l’incontro con tutti gli altri in questa fraternità comune che ci collega in una comune responsabilità. Vorrei in questo momento anche ringraziare il Presidente Bush che verrà all’aeroporto, mi riserverà molto tempo per colloqui e mi riceverà in occasione del mio genetliaco. Secondo obiettivo, la visita alle Nazioni Unite. Anche qui c’è un motivo particolare: sono passati 60 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Questa è la base antropologica, la filosofia fondante delle Nazioni Unite, il fondamento umano e spirituale sul quale sono costruite. Quindi, è realmente un momento di riflessione, il momento di riprendere coscienza di questa tappa importante della storia. Nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo sono confluite diverse tradizioni culturali, soprattutto una antropologia che riconosce nell’Uomo un soggetto di diritto precedente a tutte le Istituzioni, con valori comuni da rispettare da parte di tutti. Quindi, questa visita, che avviene proprio in un momento di crisi dei valori, mi sembra importante per riconfermare insieme che tutto è incominciato in quel momento e per recuperarlo per il nostro futuro.


P. Lombardi: Adesso passiamo alle domande che voi stessi avete presentato nei giorni scorsi e che alcuni di voi presenteranno al Santo Padre. Cominciamo con la domanda che fa John Allen, che non credo abbia bisogno di presentazione, perché è molto noto come commentatore dei fatti vaticani negli Stati Uniti.

Domanda: Santo Padre, io faccio la domanda in inglese, se posso, e forse, se fosse possibile, se potessimo avere una frase, una parola in inglese, saremmo molto riconoscenti. La domanda: la Chiesa che troverà negli Stati Uniti è una Chiesa grande, una Chiesa vivace, ma anche una Chiesa sofferente, in un certo senso, soprattutto a causa della recente crisi dovuta agli abusi sessuali. La gente americana sta aspettando una parola da Lei, un messaggio da Lei su questa crisi. Quale sarà il Suo messaggio per questa Chiesa sofferente?

Papa: It is a great suffering for the Church in the United States and for the Church in general, for me personally, that this could happen. If I read the history of these events, it is difficult for me to understand how it was possible for priests to fail in this way the mission to give healing, to give God’s love to these children. I am ashamed and we will do everything possible to ensure that this does not happen in future. I think we have to act on three levels: the first is at the level of justice and the political level. I will not speak at this moment about homosexuality: this is another thing. We will absolutely exclude paedophiles from the sacred ministry; it is absolutely incompatible and who is really guilty of being a paedophile cannot be a priest. So at this first level we can do justice and help the victims, because they are deeply affected; these are the two sides of justice: one, that paedophiles cannot be priests and the other, to help in any possible way the victims. Then, there’s a pastoral level. The victims will need healing and help and assistance and reconciliation: this is a big pastoral engagement and I know that the bishops and the priests and all Catholic people in the United States will do whatever possible to help, to assist, to heal. We have made a visitation of the seminaries and we will do all that is possible in the education of seminarians for a deep spiritual, human and intellectual formation for the students. Only sound persons can be admitted to the priesthood and only persons with a deep personal life in Christ and who have a deep sacramental life. So, I know that the bishops and directors of seminarians will do all possible to have a strong, strong discernment because it is more important to have good priests than to have many priests. This is also our third level, and we hope that we can do and we have done and we will do in the future all that is possible to heal these wounds.
[È una grande sofferenza per la Chiesa negli Stati Uniti e per la Chiesa in generale, e per me personalmente, il fatto che tutto ciò sia potuto accadere. Se leggo i resoconti di questi avvenimenti, mi riesce difficile comprendere come sia stato possibile che alcuni sacerdoti abbiano potuto fallire in questo modo nella missione di portare sollievo, di portare l’amore di Dio a questi bambini. Sono mortificato e faremo tutto il possibile per assicurare che questo non si ripeta in futuro. Credo che dovremo agire su tre piani: il primo è il piano della giustizia e il piano politico. Non voglio in questo momento parlare dell’omosessualità: questo è un altro discorso. Escluderemo rigorosamente i pedofili dal sacro ministero: è assolutamente incompatibile e chi è veramente colpevole di essere pedofilo non può essere sacerdote. Ecco, a questo primo livello possiamo fare giustizia ed aiutare le vittime, che sono profondamente provate. Questi sono i due aspetti della giustizia: uno è che i pedofili non possono essere sacerdoti e l’altro è aiutare in ogni modo possibile le vittime. Poi, c’è il piano pastorale. Le vittime avranno bisogno di guarire e di aiuto e di assistenza e di riconciliazione. Questo è un grande impegno pastorale e io so che i Vescovi ed i sacerdoti e tutti i cattolici negli Stati Uniti faranno il possibile per aiutare, assistere, guarire. Abbiamo fatto delle ispezioni nei seminari e faremo quanto è possibile perché i seminaristi ricevano una profonda formazione spirituale, umana ed intellettuale. Solo persone sane potranno essere ammesse al sacerdozio e solo persone con una profonda vita personale in Cristo e che abbiano anche una profonda vita sacramentale. Io so che i Vescovi ed i rettori dei seminari faranno il possibile per esercitare un discernimento molto, molto severo, perché è più importante avere buoni sacerdoti che averne molti. Questo è il nostro terzo punto, e speriamo di potere fare e di avere fatto e di fare in futuro ogni cosa sia in nostro potere per guarire queste ferite.]


P. Lombardi: Grazie, Santità. Un altro dei temi su cui abbiamo avuto molte domande da parte dei nostri colleghi è stato quello dell’immigrazione, della presenza nella società statunitense anche delle componenti di lingua spagnola. E per questo, la domanda viene fatta dal nostro collega Andrés Leonardo Beltramo Alvarez che è dell’Agenzia di informazione del Messico:

Domanda: Santità, faccio la domanda in italiano e poi, se Lei vuole, può fare il commento in spagnolo. Un saluto, soltanto un saluto. Vi è una crescita enorme della presenza ispanica anche nella Chiesa degli Stati Uniti in generale: la comunità cattolica diventa sempre più bilingue e sempre più bi-culturale. Allo stesso tempo, vi è nella società un crescente movimento anti-immigrazione: la situazione degli immigrati è caratterizzata da forme di precarietà e discriminazione. Lei ha intenzione di parlare di questo problema e di invitare l’America ad accogliere bene gli immigrati, molti dei quali sono cattolici?

Papa: Non sono in grado di parlare in spagnolo, ma mis saludos y mi bendición para todos los hispánicos. Certamente parlerò di questo punto. Io ho avuto diverse visite "ad Limina" dei Vescovi dell’America Centrale, anche dell’America del Sud, e ho visto l’ampiezza di questo problema, soprattutto il grave problema della separazione delle famiglie. E questo veramente è pericoloso per il tessuto sociale, morale e umano di questi Paesi. Bisogna però distinguere tra misure da prendere subito e soluzioni a lunga scadenza. La soluzione fondamentale è che non ci sia più bisogno di emigrare, perché ci sono in Patria posti di lavoro sufficienti, un tessuto sociale sufficiente, così che nessuno abbia più bisogno di emigrare. Quindi, dobbiamo lavorare tutti per questo obiettivo, per uno sviluppo sociale che consenta di offrire ai cittadini lavoro ed un futuro nella terra d’origine. E anche su questo punto vorrei parlare con il Presidente, perché soprattutto gli Stati Uniti devono aiutare perché i Paesi possano così svilupparsi. È nell’interesse di tutti, non solo di questi Paesi, ma del mondo e anche degli Stati Uniti. Poi, misure a breve scadenza: è molto importante aiutare soprattutto le famiglie. Alla luce dei colloqui che ho avuto con i Vescovi, il problema primario è che le famiglie siano protette, non siano distrutte. Quanto si può fare, si deve fare. Poi, naturalmente, bisogna fare il possibile contro la precarietà e contro tutte le violenze e aiutare perché possano avere realmente una vita degna lì dove sono attualmente. Vorrei anche dire che ci sono tanti problemi, tante sofferenze, ma c’è anche tanta ospitalità! Io so che soprattutto la Conferenza Episcopale Americana collabora moltissimo con le Conferenze Episcopali dell’America Latina in vista degli aiuti necessari. Con tutte le cose dolorose, non dimentichiamo anche tanta vera umanità, tante azioni positive che pure ci sono.


P. Lombardi: Grazie, Santità. Adesso, una domanda che si riferisce alla società americana: esattamente al posto dei valori religiosi nella società americana. Diamo la parola al nostro collega Andrea Tornielli, che è vaticanista di un giornale italiano:

Domanda: Santo Padre, ricevendo la nuova Ambasciatrice degli Stati Uniti d’America, Ella ha messo in luce come valore positivo il riconoscimento pubblico della religione negli Stati Uniti. Volevo chiederLe se considera questo un possibile modello anche per l’Europa secolarizzata, o se non crede che ci possa essere anche il rischio che la religione e il nome di Dio possano venire usati per fare passare certe politiche e persino la guerra ...

Papa: Certamente, in Europa non possiamo semplicemente copiare gli Stati Uniti: abbiamo la nostra storia. Ma dobbiamo tutti imparare l’uno dall’altro. Quanto trovo io affascinante negli Stati Uniti è che hanno incominciato con un concetto positivo di laicità, perché questo nuovo popolo era composto da comunità e persone che erano fuggite dalle Chiese di Stato e volevano avere uno Stato laico, secolare che aprisse possibilità a tutte le confessioni, per tutte le forme di esercizio religioso. Così è nato uno Stato volutamente laico: erano contrari ad una Chiesa di Stato. Ma laico doveva essere lo Stato proprio per amore della religione nella sua autenticità, che può essere vissuta solo liberamente. E così troviamo questo insieme di uno Stato volutamente e decisamente laico, ma proprio per una volontà religiosa, per dare autenticità alla religione. E sappiamo che Alexis de Toqueville, studiando l’America, ha visto che le istituzioni laiche vivono con un consenso morale di fatto che esiste tra i cittadini. Questo mi sembra un modello fondamentale e positivo. È da considerare che in Europa, nel frattempo, sono passati duecento anni, più di duecento anni, con tanti sviluppi. Adesso c’è anche negli Stati Uniti l’attacco di un nuovo secolarismo, del tutto diverso, e quindi prima i problemi erano l’immigrazione, ma la situazione si è complicata e differenziata nel corso della storia. Tuttavia il fondamento, il modello fondamentale mi sembra anche oggi degno di essere tenuto presente anche in Europa.

P. Lombardi: Grazie, Santità. E allora, un ultimo tema riguarda la Sua visita alle Nazioni Unite, e su questo la domanda ce la fa John Thavis, che è il responsabile a Roma dell’Agenzia cattolica di notizie degli Stati Uniti.

Domanda: Santo Padre, il Papa spesso è considerato la coscienza dell’umanità, e anche per questo il suo discorso alle Nazioni Unite è molto atteso. Vorrei chiedere: Lei pensa che un’istituzione multilaterale come le Nazioni Unite possa salvaguardare i principi ritenuti "non negoziabili" dalla Chiesa Cattolica, cioè i principi fondati sulla legge naturale?

Papa: È proprio questo l’obiettivo fondamentale delle Nazioni Unite: che salvaguardino i valori comuni dell’umanità, sui quali è basata la convivenza pacifica delle Nazioni: l’osservanza della giustizia e lo sviluppo della giustizia. Ho già brevemente accennato che a me sembra molto importante che il fondamento delle Nazioni Unite sia proprio l’idea dei diritti umani, dei diritti che esprimono valori non negoziabili, che precedono tutte le istituzioni e sono il fondamento di tutte le istituzioni. Ed è importante che ci sia questa convergenza tra le culture che hanno trovato un consenso sul fatto che questi valori sono fondamentali, che sono iscritti nello stesso essere Uomo. Rinnovare questa coscienza che le Nazioni Unite, con la loro funzione pacificatrice, possono lavorare soltanto se hanno il fondamento comune dei valori che si esprimono poi in "diritti" che devono essere osservati da tutti. Confermare questa concezione fondamentale e aggiornarla in quanto possibile, è un obiettivo della mia missione.
Alla fine, dal momento che inizialmente Padre Lombardi mi aveva posto una domanda anche sui miei sentimenti, vorrei dire: vado negli Stati Uniti proprio con gioia! Sono stato in precedenza diverse volte negli Stati Uniti, conosco questo grande Paese, conosco la grande vivacità della Chiesa nonostante tutti i problemi, e sono contento di poter incontrare, in questo momento storico sia per la Chiesa che per le Nazioni Unite, questo grande popolo e questa grande Chiesa. Grazie a tutti!


P. Lombardi: Grazie a Lei, Santità, da parte di tutti noi. Veramente rinnoviamo l’augurio per questo viaggio: possa avere tutti i frutti che Lei se ne attende e che anche tutti noi, con Lei, attendiamo. Grazie e buon viaggio!

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Discorso di Benedetto XVI alla Casa Bianca

Messaggio Da spe salvi il Gio 17 Apr 2008, 14:35


Signor Presidente,

grazie per le gentili espressioni di benvenuto formulatemi a nome del popolo degli Stati Uniti d’America. Apprezzo profondamente il Suo invito a visitare questo grande Paese. La mia venuta coincide con un momento importante della vita della Comunità cattolica in America, cioè la celebrazione del secondo centenario della elevazione a metropolia arcidiocesana della prima diocesi del Paese, Baltimora, e la fondazione delle sedi di New York, Boston, Filadelfia e Louisville.

Sono inoltre felice di essere ospite di tutti gli Americani. Vengo come amico e annunciatore del Vangelo, come uno che rispetta grandemente questa vasta società pluralistica. I cattolici americani hanno offerto, e continuano ad offrire, un eccellente contributo alla vita del loro Paese. Nell’accingermi a dare inizio alla mia visita, confido che la mia presenza possa essere fonte di rinnovamento e di speranza per la Chiesa negli Stati Uniti e rafforzi la determinazione dei cattolici a contribuire ancor più responsabilmente alla vita della Nazione, della quale sono fieri di essere cittadini.

Sin dagli albori della Repubblica, la ricerca di libertà dell’America è stata guidata dal convincimento che i principi che governano la vita politica e sociale sono intimamente collegati con un ordine morale, basato sulla signoria di Dio Creatore. Gli estensori dei documenti costitutivi di questa Nazione si basarono su tale convinzione, quando proclamarono la "verità evidente per se stessa" che tutti gli uomini sono creati eguali e dotati di inalienabili diritti, fondati sulla legge di natura e sul Dio di questa natura. Il cammino della storia americana evidenzia le difficoltà, le lotte e la grande determinazione intellettuale e morale che sono state necessarie per formare una società che incorporasse fedelmente tali nobili principi. Lungo quel processo, che ha plasmato l’anima della Nazione, le credenze religiose furono un’ispirazione costante e una forza orientatrice, come ad esempio nella lotta contro la schiavitù e nel movimento per i diritti civili. Anche nel nostro tempo, particolarmente nei momenti di crisi, gli Americani continuano a trovare la propria energia nell’aderire a questo patrimonio di condivisi ideali ed aspirazioni.

Nei prossimi giorni, attendo con gioia di incontrare non soltanto la comunità cattolica d’America, ma anche altre comunità cristiane e rappresentanze delle molte tradizioni religiose presenti in questo Paese. Storicamente, non solo i cattolici, ma tutti i credenti hanno qui trovato la libertà di adorare Dio secondo i dettami della loro coscienza, essendo al tempo stesso accettati come parte di una confederazione nella quale ogni individuo ed ogni gruppo può far udire la propria voce. Ora che la Nazione deve affrontare sempre più complesse questioni politiche ed etiche, confido che gli americani potranno trovare nelle loro credenze religiose una fonte preziosa di discernimento ed un’ispirazione per perseguire un dialogo ragionevole, responsabile e rispettoso nello sforzo di edificare una società più umana e più libera.

La libertà non è solo un dono, ma anche un appello alla responsabilità personale. Gli americani lo sanno per esperienza - quasi ogni città di questo Paese possiede i suoi monumenti che rendono omaggio a quanti hanno sacrificato la loro vita in difesa della libertà, sia nella propria terra che altrove. La difesa della libertà chiama a coltivare la virtù, l’autodisciplina, il sacrificio per il bene comune ed un senso di responsabilità nei confronti dei meno fortunati. Esige inoltre il coraggio di impegnarsi nella vita civile, portando nel pubblico ragionevole dibattito le proprie credenze religiose e i propri valori più profondi. In una parola, la libertà è sempre nuova. Si tratta di una sfida posta ad ogni generazione, e deve essere costantemente vinta a favore della causa del bene (cfr Spe salvi, 24).

Pochi hanno compreso ciò così lucidamente come Papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria. Nel riflettere sulla vittoria spirituale della libertà sul totalitarismo nella sua natia Polonia e in Europa orientale, egli ci ricordò come la storia evidenzi, in tante occasioni, che "in un mondo senza verità, la libertà perde il proprio fondamento" e una democrazia senza valori può perdere la sua stessa anima (cfr Centesimus annus, 46). Queste parole profetiche fanno eco in qualche modo alla convinzione del Presidente Washington, espressa nel suo discorso d’addio, che la religione e la moralità costituiscono "sostegni indispensabili" per la prosperità politica.

La Chiesa, per parte sua, desidera contribuire alla costruzione di un mondo sempre più degno della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1, 26-27). Essa è convinta che la fede getta una luce nuova su tutte le cose, e che il Vangelo rivela la nobile vocazione e il sublime destino di ogni uomo e di ogni donna (cfr Gaudium et spes, 10). La fede, inoltre, ci offre la forza per rispondere alla nostra alta vocazione e la speranza che ci ispira ad operare per una società sempre più giusta e fraterna.

La democrazia può fiorire soltanto, come i vostri Padri fondatori ben sapevano, quando i leader politici e quanti essi rappresentano sono guidati dalla verità e portano la saggezza, generata dal principio morale, nelle decisioni che riguardano la vita e il futuro della Nazione.
Da ben oltre un secolo, gli Stati Uniti d’America hanno svolto un ruolo importante nella comunità internazionale. Venerdì prossimo, a Dio piacendo, avrò l’onore di rivolgere la parola all’Organizzazione delle Nazioni Unite, dove spero di incoraggiare gli sforzi in atto per rendere quella istituzione una voce ancor più efficace per le legittime aspettative di tutti i popoli del mondo.

A questo riguardo, nel 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, l’esigenza di una solidarietà globale è più urgente che mai, se si vuole che tutti possano vivere in modo adeguato alla loro dignità, come fratelli e sorelle che abitano in una stessa casa, attorno alla mensa che la bontà di Dio ha preparato per tutti i suoi figli.

L’America si è sempre dimostrata generosa nel venire incontro ai bisogni umani immediati, promuovendo lo sviluppo e offrendo sollievo alle vittime delle catastrofi naturali. Ho fiducia che tale preoccupazione per l’ampia famiglia umana continuerà a trovare espressione nel sostenere gli sforzi pazienti della diplomazia internazionale volti a risolvere i conflitti e a promuovere il progresso. Così, le generazioni future saranno in grado di vivere in un mondo dove la verità, la libertà e la giustizia possano fiorire – un mondo dove la dignità e i diritti dati da Dio ad ogni uomo, donna e bambino, vengano tenuti in considerazione, protetti e promossi efficacemente.

Signor Presidente, cari amici: mentre mi accingo a dar inizio alla visita negli Stati Uniti, voglio esprimere ancora una volta la mia gratitudine per l’invito formulatomi, la gioia di essere in mezzo a voi, e la mia fervente preghiera che Dio Onnipotente confermi questa Nazione e il suo popolo nelle vie della giustizia, della prosperità e della pace. Dio benedica l’America!

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Omelia di Benedetto XVI nella Messa celebrata al "Nationals Stadium" di Washington

Messaggio Da spe salvi il Ven 18 Apr 2008, 02:03


WASHINGTON, D.C., giovedì, 17 aprile 2008
* * *

Cari fratelli e sorelle in Cristo,
"Pace a voi!" (Gv 20, 19). Con queste parole, le prime rivolte dal Signore risorto ai suoi discepoli, saluto tutti voi nella gioia di questo tempo pasquale. Prima di tutto, ringrazio Iddio per la grazia di essere in mezzo a voi. Sono particolarmente riconoscente all'Arcivescovo Wuerl per le sue gentili parole di benvenuto.

La nostra Santa Messa di oggi riconduce la Chiesa che è negli Stati Uniti alle sue radici nel vicino Maryland e ricorda il 200o anniversario del primo capitolo della sua considerevole crescita - lo smembramento ad opera del mio Predecessore, Papa Pio VII, della Diocesi originaria di Baltimore e l'instaurazione delle Diocesi di Boston, Bardstown (ora Louisville), New York e Philadelphia. Duecento anni dopo, la Chiesa in America con buona ragione può lodare la capacità delle generazioni passate di congiungere gruppi di immigranti molto diversi nell'unità della fede cattolica ed in un comune impegno per la diffusione del Vangelo. Allo stesso tempo, la Comunità cattolica in questo Paese, consapevole della sua ricca molteplicità, è giunta ad apprezzare sempre più pienamente l'importanza di ogni singolo e gruppo nel portare il proprio dono particolare all'insieme. Ora la Chiesa negli Stati Uniti è chiamata a guardare verso il futuro, saldamente radicata nella fede trasmessa dalle generazioni precedenti e pronta ad affrontare nuove sfide - sfide non meno esigenti di quelle affrontate dai vostri antenati - con la speranza che nasce dall'amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (cfr Rm 5,5).

Nell'esercizio del mio ministero di Successore di Pietro sono venuto in America per confermare voi, cari fratelli e sorelle, nella fede degli Apostoli (cfr Lc 22,32). Sono venuto per proclamare nuovamente, come san Pietro proclamò nel giorno di Pentecoste, che Gesù Cristo è Signore e Messia, risuscitato da morte, seduto alla destra del Padre nella gloria e costituito giudice dei vivi e dei morti (cfr At 2, 14ss). Sono venuto per ripetere l'urgente esortazione degli Apostoli alla conversione per il perdono dei peccati e per implorare dal Signore una nuova effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa in questo Paese.

Come abbiamo sentito in questo tempo pasquale, la Chiesa è nata mediante il pentimento e la fede nel Signore risorto - doni dati dallo Spirito. In ogni epoca essa è spinta dallo stesso Spirito a portare a uomini e donne di ogni razza, lingua e popolo (cfr Ap 5,9) la buona novella della nostra riconciliazione con Dio in Cristo.Le letture della Messa di oggi ci invitano a considerare la crescita della Chiesa in America come un capitolo nella storia più grande dell'espansione della Chiesa in seguito alla discesa dello Spirito Santo a Pentecoste. In queste letture vediamo il legame inscindibile tra il Signore risorto, il dono dello Spirito per il perdono dei peccati e il mistero della Chiesa. Cristo ha costituito la sua Chiesa sul fondamento degli Apostoli (cfr Ap 21,14) quale visibile comunità strutturata, che è insieme comunione spirituale, corpo mistico animato dai molteplici doni dello Spirito e sacramento di salvezza per l'umanità intera (cfr Lumen gentium, 8). In ogni tempo e luogo la Chiesa è chiamata a crescere nell'unità mediante una costante conversione verso Cristo, la cui opera redentrice viene proclamata dai Successori degli Apostoli e celebrata nei sacramenti. Questa unità, d'altra parte, comporta un'espansione continua, perché lo Spirito sprona i credenti a proclamare "le grandi opere di Dio" e ad invitare tutte le genti ad entrare nella comunità di quanti sono salvati mediante il sangue di Cristo e hanno ricevuto la nuova vita nel suo Spirito.

Prego, poi, affinché questo anniversario significativo nella vita della Chiesa negli Stati Uniti e la presenza del Successore di Pietro in mezzo a voi siano per tutti i cattolici un'occasione per riaffermare la loro unità nella fede apostolica, per offrire ai loro contemporanei una ragione convincente della speranza che li ispira (cfr 1 Pt 3,15) e per essere rinnovati nello zelo missionario a servizio dell'espansione del Regno di Dio.

Il mondo ha bisogno della testimonianza! Chi può negare che il momento presente costituisca una svolta non solo per la Chiesa in America, ma anche per la società nel suo insieme? È un tempo pieno di grandi promesse, poiché vediamo la famiglia umana in vari modi avvicinarsi di più diventando sempre più interdipendente. Allo stesso tempo, tuttavia, vediamo segni evidenti di un crollo preoccupante negli stessi fondamenti della società: segni di alienazione, rabbia e contrapposizione in molti nostri contemporanei; crescente violenza, indebolimento del senso morale, involgarimento nelle relazioni sociali e accresciuta dimenticanza di Dio. Anche la Chiesa vede segni di immense promesse nelle tante sue parrocchie solide e nei movimenti vivaci, nell'entusiasmo per la fede dimostrato da tanti giovani, nel numero di coloro che ogni anno abbracciano la fede cattolica e in un interesse sempre più grande per la preghiera e per la catechesi.

Allo stesso tempo essa percepisce, in modo spesso doloroso, la presenza di divisione e polarizzazione al suo interno, e fa pure la sconcertante scoperta che tanti battezzati, invece di agire come lievito spirituale nel mondo, sono inclini ad abbracciare atteggiamenti contrari alla verità del Vangelo.
"Signore, manda il tuo Spirito e rinnova la faccia della terra!" (cfr Sal 104,30). Le parole dell'odierno Salmo responsoriale sono una preghiera che, in ogni tempo e luogo, sale dal cuore della Chiesa. Ricordano a noi che lo Spirito Santo è stato effuso come primizia di una nuova creazione, di "nuovi cieli e una nuova terra" (cfr 2 Pt 3,13; Ap 21, 1), in cui regnerà la pace di Dio e la famiglia umana sarà riconciliata nella giustizia e nell'amore. Abbiamo sentito san Paolo dirci che tutta la creazione "geme" fino ad oggi, aspettando quella vera libertà, che è il dono di Dio per i suoi figli (cfr Rm 8,21-22), una libertà che ci mette in grado di vivere in conformità con la sua volontà. Preghiamo oggi insistentemente, perché la Chiesa in America sia rinnovata in questo stesso Spirito e sostenuta nella sua missione di annunciare il Vangelo a un mondo che ha nostalgia di una libertà genuina (cfr Gv 8,32), di una felicità autentica e del compiersi delle sue aspirazioni più profonde!

Desidero a questo punto rivolgere una parola particolare di gratitudine e di incoraggiamento a tutti coloro che hanno raccolto la sfida del Concilio Vaticano II, ripetuta tante volte da Papa Giovanni Paolo II, e hanno dedicato la loro vita alla nuova evangelizzazione. Ringrazio i miei confratelli Vescovi, sacerdoti e diaconi, religiosi e religiose, genitori, insegnanti e catechisti. La fedeltà e il coraggio, con cui la Chiesa in questo Paese riuscirà ad affrontare le sfide di una cultura sempre più secolarizzata e materialistica dipenderà in gran parte dalla vostra fedeltà personale nel trasmettere il tesoro della nostra fede cattolica. I giovani hanno bisogno di essere aiutati nel discernere la via che conduce alla vera libertà: la via di una sincera e generosa imitazione di Cristo, la via della dedizione alla giustizia e alla pace. Sono stati fatti molti progressi nello sviluppo di programmi solidi per la catechesi, ma molto di più rimane ancora da fare per formare i cuori e le menti dei giovani nella conoscenza e nell'amore del Signore. Le sfide che ci vengono incontro richiedono un'istruzione ampia e sana nella verità della fede. Ma richiedono anche di coltivare un modo di pensare, una "cultura" intellettuale che sia genuinamente cattolica, fiduciosa nell'armonia profonda tra fede e ragione, e preparata a portare la ricchezza della visione della fede a contatto con le questioni urgenti che riguardano il futuro della società americana.

Cari amici, la mia visita negli Stati Uniti intende essere una testimonianza a "Cristo nostra speranza". Gli americani sono sempre stati un popolo della speranza: i vostri antenati sono venuti in questo Paese con l'aspettativa di trovare una nuova libertà e nuove opportunità, mentre la vastità del territorio inesplorato ispirava loro la speranza di essere capaci di cominciare completamente da capo creando una nuova nazione su nuovi fondamenti. Certo, questa attesa non è stata l'esperienza di tutti gli abitanti di questo Paese; basti pensare alle ingiustizie sofferte dalle native popolazioni americane e da quanti dall'Africa furono portati qui forzatamente come schiavi. Ma la speranza, la speranza nel futuro fa profondamente parte del carattere americano. E la virtù cristiana della speranza - la speranza riversata nei nostri cuore per mezzo dello Spirito Santo, la speranza che purifica e corregge in modo soprannaturale le nostre aspirazioni orientandole verso il Signore e il suo piano di salvezza - questa speranza ha anche caratterizzato, e continua a caratterizzare, la vita della comunità cattolica in questo Paese.

È nel contesto di questa speranza nata dall'amore e dalla fedeltà di Dio che io prendo atto del dolore che la Chiesa in America ha provato come conseguenza dell'abuso sessuale di minorenni. Nessuna mia parola potrebbe descrivere il dolore ed il danno recati da tale abuso. È importante che a quanti hanno sofferto sia riservata un'amorevole attenzione pastorale. Né posso descrivere in modo adeguato il danno verificatosi all'interno della comunità della Chiesa. Sono già stati fatti grandi sforzi per affrontare in modo onesto e giusto questa tragica situazione e per assicurare che i bambini - che il nostro Signore ama così profondamente (cfr Mc 10,14) e che sono il nostro tesoro più grande - possano crescere in un ambiente sicuro. Queste premure per proteggere i bambini devono continuare. Ieri ho parlato con i vostri Vescovi di questa cosa. Oggi incoraggio ognuno di voi a fare quanto gli è possibile per promuovere il risanamento e la riconciliazione e per aiutare quanti sono stati feriti. Inoltre vi chiedo di amare i vostri sacerdoti e di confermarli nel lavoro eccellente che fanno. E soprattutto pregate affinché lo Spirito Santo effonda i suoi doni sulla Chiesa, i doni che conducono alla conversione, al perdono e alla crescita nella santità.

San Paolo, come abbiamo sentito nella seconda lettura, parla di una specie di preghiera che sale dalle profondità dei nostri cuori con sospiri troppo profondi per essere espressi in parole, con "gemiti" (Rm 8,26) suggeriti dallo Spirito. È questa una preghiera che anela, nel mezzo del castigo, al compiersi delle promesse di Dio. È una preghiera d'inesauribile speranza, ma anche di paziente perseveranza e, non di rado, accompagnata dalla sofferenza per la verità. Mediante questa preghiera partecipiamo al mistero della stessa debolezza e sofferenza di Cristo, mentre confidiamo fermamente nella vittoria della sua Croce. Che la Chiesa in America, con questa preghiera, abbracci sempre di più la via della conversione e della fedeltà alle esigenze del Vangelo! E che tutti i cattolici sperimentino la consolazione della speranza e i doni di gioia e forza elargiti dallo Spirito.
Nel brano evangelico di oggi il Signore risorto fa agli Apostoli il dono dello Spirito Santo e concede loro l'autorità di perdonare i peccati.

Mediante l'invincibile potere della grazia di Cristo, affidato a fragili ministri umani, la Chiesa rinasce continuamente e a ciascuno di noi viene data la speranza di un nuovo inizio. Confidiamo nel potere dello Spirito di ispirare conversione, di risanare ogni ferita, di superare ogni divisione e di suscitare vita e libertà nuove! Quanto bisogno abbiamo di tali doni! E quanto sono a portata di mano, particolarmente nel Sacramento della penitenza! La forza liberatrice di questo Sacramento, nel quale la nostra sincera confessione del peccato incontra la parola misericordiosa di perdono e di pace da parte di Dio, ha bisogno di essere riscoperta e fatta propria da ogni cattolico. In gran parte il rinnovamento della Chiesa in America dipende dal rinnovamento della prassi della penitenza e dalla crescita nella santità: ambedue vengono ispirate e realizzate da questo Sacramento.

"Nella speranza noi siamo stati salvati!" (Rm 8,24). Mentre la Chiesa negli Stati Uniti ringrazia per le benedizioni dei duecento anni passati, invito voi, le vostre famiglie e ogni parrocchia e comunità religiosa a confidare nel potere della grazia di creare un futuro promettente per il Popolo di Dio in questo Paese. Nel nome del Signore Gesù vi chiedo di sopprimere ogni divisione e di lavorare con gioia per preparare una via per Lui, nella fedeltà alla sua parola e nella costante conversione alla sua volontà. Soprattutto vi incito a continuare ad essere un lievito di speranza evangelica nella società americana, mirando a portare la luce e la verità del Vangelo nel compito di creare un mondo sempre più giusto e libero per le generazioni future.

Chi ha speranza deve vivere diversamente! (cfr Spe Salvi, 2). Che voi possiate, mediante le vostre preghiere, mediante la testimonianza della vostra fede, mediante la fecondità della vostra carità, indicare la via verso quel vasto orizzonte di speranza che Dio anche adesso sta aprendo per la sua Chiesa, anzi per l'umanità intera: la visione di un mondo riconciliato e rinnovato in Gesù Cristo, nostro Salvatore.
A Lui ogni onore e gloria, ora e sempre.
Amen!


[In spagnolo]

Cari fratelli e sorelle di lingua spagnola:
desidero salutarvi con le stesse parole che il Cristo risorto rivolse agli apostoli: "Pace a voi!" (Gv 20,19). Che la gioia di sapere che il Signore ha trionfato sulla morte e sul peccato vi aiuti ad essere, là dove vi trovate, testimoni del suo amore e seminatori di quella speranza che Egli è venuto a portarci e che mai delude. Non lasciatevi vincere dal pessimismo, l'inerzia o i problemi. Innanzitutto, fedeli agli impegni assunti nel battesimo, approfondite ogni giorno la conoscenza di Cristo e lasciate che il vostro cuore sia conquistato dal suo amore e dal suo perdono.
La Chiesa negli Stati Uniti, accogliendo nel suo grembo tanti suoi figli emigranti, è andata crescendo grazie anche alla vitalità della testimonianza di fede dei fedeli di lingua spagnola. Per questo il Signore vi chiama a perseverare nel contribuire al futuro della Chiesa in questo Paese e alla diffusione del Vangelo. Solo se rimarrete uniti a Cristo e tra di voi, la vostra testimonianza evangelizzatrice sarà credibile e si esprimerà in copiosi frutti di pace e di riconciliazione in mezzo a un mondo molte volte segnato da divisioni e scontri. La Chiesa attende molto da voi. Non la deludete nel vostro generoso impegno. "Ciò che avete ricevuto gratuitamente, gratuitamente donatelo! (Mt 10,8).



[Traduzione distribuita dalla Santa Sede
-- Libreria Editrice Vaticana]
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Dichiarazione congiunta Santa Sede Presidenza degli Stati Uniti d'America

Messaggio Da spe salvi il Sab 19 Apr 2008, 13:58

FINAL HOLY SEE - US JOINT STATEMENT
Oval Office of the White House
Wednesday, 16 April 2008



At the end of the private meeting between the Holy Father Benedict XVI and U.S. President George W. Bush, the Holy See and the Office of the President of the United States of America released a joint declaration:

President Bush, on behalf of all Americans, welcomed the Holy Father, wished him a happy birthday, and thanked him for the spiritual and moral guidance, which he offers to the whole human family. The President wished the Pope every success in his Apostolic Journey and in his address at the United Nations, and expressed appreciation for the Pope’s upcoming visit to "Ground Zero" in New York.

During their meeting, the Holy Father and the President discussed a number of topics of common interest to the Holy See and the United States of America, including moral and religious considerations to which both parties are committed: the respect of the dignity of the human person; the defense and promotion of life, matrimony and the family; the education of future generations; human rights and religious freedom; sustainable development and the struggle against poverty and pandemics, especially in Africa. In regard to the latter, the Holy Father welcomed the United States’ substantial financial contributions in this area. The two reaffirmed their total rejection of terrorism as well as the manipulation of religion to justify immoral and violent acts against innocents. They further touched on the need to confront terrorism with appropriate means that respect the human person and his or her rights.

The Holy Father and the President devoted considerable time in their discussions to the Middle East, in particular resolving the Israel-Palestinian conflict in line with the vision of two states living side-by-side in peace and security, their mutual support for the sovereignty and independence of Lebanon, and their common concern for the situation in Iraq and particularly the precarious state of Christian communities there and elsewhere in the region. The Holy Father and the President expressed hope for an end to violence and for a prompt and comprehensive solution to the crises which afflict the region.

The Holy Father and the President also considered the situation in Latin America with reference, among other matters, to immigrants, and the need for a coordinated policy regarding immigration, especially their humane treatment and the well being of their families.

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Discorso del Santo Padre all'ONU

Messaggio Da spe salvi il Sab 19 Apr 2008, 14:04

New York
Venerdì, 18 aprile 2008


Signor Presidente
Signore e Signori,


nel dare inizio al mio discorso a questa Assemblea, desidero anzitutto esprimere a Lei, Signor Presidente, la mia sincera gratitudine per le gentili parole a me dirette. Uguale sentimento va anche al Segretario Generale, il Signor Ban Ki-moon, per avermi invitato a visitare gli uffici centrali dell’Organizzazione e per il benvenuto che mi ha rivolto. Saluto gli Ambasciatori e i Diplomatici degli Stati Membri e quanti sono presenti: attraverso di voi, saluto i popoli che qui rappresentate. Essi attendono da questa Istituzione che porti avanti l’ispirazione che ne ha guidato la fondazione, quella di un “centro per l’armonizzazione degli atti delle Nazioni nel perseguimento dei fini comuni”, la pace e lo sviluppo (cfr Carta delle Nazioni Unite, art. 1.2-1.4). Come il Papa Giovanni Paolo II disse nel 1995, l’Organizzazione dovrebbe essere “centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una ‘famiglia di nazioni’” (Messaggio all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 50° anniversario della fondazione, New York, 5 ottobre 1995, 14).

Mediante le Nazioni Unite, gli Stati hanno dato vita a obiettivi universali che, pur non coincidendo con il bene comune totale dell’umana famiglia, senza dubbio rappresentano una parte fondamentale di quel bene stesso. I principi fondativi dell’Organizzazione - il desiderio della pace, la ricerca della giustizia, il rispetto della dignità della persona, la cooperazione umanitaria e l’assistenza - esprimono le giuste aspirazioni dello spirito umano e costituiscono gli ideali che dovrebbero sottostare alle relazioni internazionali. Come i miei predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno osservato da questo medesimo podio, si tratta di argomenti che la Chiesa Cattolica e la Santa Sede seguono con attenzione e con interesse, poiché vedono nella vostra attività come problemi e conflitti riguardanti la comunità mondiale possano essere soggetti ad una comune regolamentazione. Le Nazioni Unite incarnano l’aspirazione ad “un grado superiore di orientamento internazionale” (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 43), ispirato e governato dal principio di sussidiarietà, e pertanto capace di rispondere alle domande dell’umana famiglia mediante regole internazionali vincolanti ed attraverso strutture in grado di armonizzare il quotidiano svolgersi della vita dei popoli. Ciò è ancor più necessario in un tempo in cui sperimentiamo l’ovvio paradosso di un consenso multilaterale che continua ad essere in crisi a causa della sua subordinazione alle decisioni di pochi, mentre i problemi del mondo esigono interventi nella forma di azione collettiva da parte della comunità internazionale.

Certo, questioni di sicurezza, obiettivi di sviluppo, riduzione delle ineguaglianze locali e globali, protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima, richiedono che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino una prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e nella promozione della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta. Penso in particolar modo a quei Paesi dell’Africa e di altre parti del mondo che rimangono ai margini di un autentico sviluppo integrale, e sono perciò a rischio di sperimentare solo gli effetti negativi della globalizzazione. Nel contesto delle relazioni internazionali, è necessario riconoscere il superiore ruolo che giocano le regole e le strutture intrinsecamente ordinate a promuovere il bene comune, e pertanto a difendere la libertà umana. Tali regole non limitano la libertà; al contrario, la promuovono, quando proibiscono comportamenti e atti che operano contro il bene comune, ne ostacolano l’effettivo esercizio e perciò compromettono la dignità di ogni persona umana. Nel nome della libertà deve esserci una correlazione fra diritti e doveri, con cui ogni persona è chiamata ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, fatte in conseguenza dell’entrata in rapporto con gli altri. Qui il nostro pensiero si rivolge al modo in cui i risultati delle scoperte della ricerca scientifica e tecnologica sono stati talvolta applicati. Nonostante gli enormi benefici che l’umanità può trarne, alcuni aspetti di tale applicazione rappresentano una chiara violazione dell’ordine della creazione, sino al punto in cui non soltanto viene contraddetto il carattere sacro della vita, ma la stessa persona umana e la famiglia vengono derubate della loro identità naturale. Allo stesso modo, l’azione internazionale volta a preservare l’ambiente e a proteggere le varie forme di vita sulla terra non deve garantire soltanto un uso razionale della tecnologia e della scienza, ma deve anche riscoprire l’autentica immagine della creazione. Questo non richiede mai una scelta da farsi tra scienza ed etica: piuttosto si tratta di adottare un metodo scientifico che sia veramente rispettoso degli imperativi etici.

Il riconoscimento dell’unità della famiglia umana e l’attenzione per l’innata dignità di ogni uomo e donna trovano oggi una rinnovata accentuazione nel principio della responsabilità di proteggere. Solo di recente questo principio è stato definito, ma era già implicitamente presente alle origini delle Nazioni Unite ed è ora divenuto sempre più caratteristica dell’attività dell’Organizzazione. Ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura che dall’uomo. Se gli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale deve intervenire con i mezzi giuridici previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e da altri strumenti internazionali. L’azione della comunità internazionale e delle sue istituzioni, supposto il rispetto dei principi che sono alla base dell’ordine internazionale, non deve mai essere interpretata come un’imposizione indesiderata e una limitazione di sovranità. Al contrario, è l’indifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale. Ciò di cui vi è bisogno e una ricerca più profonda di modi di prevenire e controllare i conflitti, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione ed incoraggiamento anche ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione.

Il principio della “responsabilità di proteggere” era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati: nel tempo in cui il concetto di Stati nazionali sovrani si stava sviluppando, il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli. Ora, come allora, tale principio deve invocare l’idea della persona quale immagine del Creatore, il desiderio di una assoluta ed essenziale libertà. La fondazione delle Nazioni Unite, come sappiamo, coincise con il profondo sdegno sperimentato dall’umanità quando fu abbandonato il riferimento al significato della trascendenza e della ragione naturale, e conseguentemente furono gravemente violate la libertà e la dignità dell’uomo. Quando ciò accade, sono minacciati i fondamenti oggettivi dei valori che ispirano e governano l’ordine internazionale e sono minati alla base quei principi cogenti ed inviolabili formulati e consolidati dalle Nazioni Unite. Quando si è di fronte a nuove ed insistenti sfide, è un errore ritornare indietro ad un approccio pragmatico, limitato a determinare “un terreno comune”, minimale nei contenuti e debole nei suoi effetti.

Il riferimento all’umana dignità, che è il fondamento e l’obiettivo della responsabilità di proteggere, ci porta al tema sul quale siamo invitati a concentrarci quest’anno, che segna il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il documento fu il risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società, e di considerare la persona umana essenziale per il mondo della cultura, della religione e della scienza. I diritti umani sono sempre più presentati come linguaggio comune e sostrato etico delle relazioni internazionali. Allo stesso tempo, l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti umani servono tutte quali garanzie per la salvaguardia della dignità umana. È evidente, tuttavia, che i diritti riconosciuti e delineati nella Dichiarazione si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l’interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti. Non si deve tuttavia permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti.

La vita della comunità, a livello sia interno che internazionale, mostra chiaramente come il rispetto dei diritti e le garanzie che ne conseguono siano misure del bene comune che servono a valutare il rapporto fra giustizia ed ingiustizia, sviluppo e povertà, sicurezza e conflitto. La promozione dei diritti umani rimane la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza. Certo, le vittime degli stenti e della disperazione, la cui dignità umana viene violata impunemente, divengono facile preda del richiamo alla violenza e possono diventare in prima persona violatrici della pace. Tuttavia il bene comune che i diritti umani aiutano a raggiungere non si può realizzare semplicemente con l’applicazione di procedure corrette e neppure mediante un semplice equilibrio fra diritti contrastanti. Il merito della Dichiarazione Universale è di aver permesso a differenti culture, espressioni giuridiche e modelli istituzionali di convergere attorno ad un nucleo fondamentale di valori e, quindi, di diritti. Oggi però occorre raddoppiare gli sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione e di comprometterne l’intima unità, così da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari. La Dichiarazione fu adottata come “comune concezione da perseguire” (preambolo) e non può essere applicata per parti staccate, secondo tendenze o scelte selettive che corrono semplicemente il rischio di contraddire l’unità della persona umana e perciò l’indivisibilità dei diritti umani.

L’esperienza ci insegna che spesso la legalità prevale sulla giustizia quando l’insistenza sui diritti umani li fa apparire come l’esclusivo risultato di provvedimenti legislativi o di decisioni normative prese dalle varie agenzie di coloro che sono al potere. Quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo. Al contrario, la Dichiarazione Universale ha rafforzato la convinzione che il rispetto dei diritti umani è radicato principalmente nella giustizia che non cambia, sulla quale si basa anche la forza vincolante delle proclamazioni internazionali. Tale aspetto viene spesso disatteso quando si tenta di privare i diritti della loro vera funzione in nome di una gretta prospettiva utilitaristica. Dato che i diritti e i conseguenti doveri seguono naturalmente dall’interazione umana, è facile dimenticare che essi sono il frutto di un comune senso della giustizia, basato primariamente sulla solidarietà fra i membri della società e perciò validi per tutti i tempi e per tutti i popoli. Questa intuizione fu espressa sin dal quinto secolo da Agostino di Ippona, uno dei maestri della nostra eredità intellettuale, il quale ebbe a dire riguardo al Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a teche tale massima “non può in alcun modo variare a seconda delle diverse comprensioni presenti nel mondo” (De doctrina christiana, III, 14). Perciò, i diritti umani debbono esser rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori.

continua...


Ultima modifica di spe salvi il Sab 19 Apr 2008, 21:06, modificato 3 volte

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Discorso del Santo Padre all'ONU - II parte

Messaggio Da spe salvi il Sab 19 Apr 2008, 14:05

Signore e Signori, mentre la storia procede, sorgono nuove situazioni e si tenta di collegarle a nuovi diritti. Il discernimento, cioè la capacità di distinguere il bene dal male, diviene ancor più essenziale nel contesto di esigenze che riguardano le vite stesse e i comportamenti delle persone, delle comunità e dei popoli. Affrontando il tema dei diritti, dato che vi sono coinvolte situazioni importanti e realtà profonde, il discernimento è al tempo stesso una virtù indispensabile e fruttuosa.

Il discernimento, dunque, mostra come l’affidare in maniera esclusiva ai singoli Stati, con le loro leggi ed istituzioni, la responsabilità ultima di venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e popoli interi può talvolta avere delle conseguenze che escludono la possibilità di un ordine sociale rispettoso della dignità e dei diritti della persona. D’altra parte, una visione della vita saldamente ancorata alla dimensione religiosa può aiutare a conseguire tali fini, dato che il riconoscimento del valore trascendente di ogni uomo e ogni donna favorisce la conversione del cuore, che poi porta ad un impegno di resistere alla violenza, al terrorismo ed alla guerra e di promuovere la giustizia e la pace. Ciò fornisce inoltre il contesto proprio per quel dialogo interreligioso che le Nazioni Unite sono chiamate a sostenere, allo stesso modo in cui sostengono il dialogo in altri campi dell’attività umana. Il dialogo dovrebbe essere riconosciuto quale mezzo mediante il quale le varie componenti della società possono articolare il proprio punto di vista e costruire il consenso attorno alla verità riguardante valori od obiettivi particolari. È proprio della natura delle religioni, liberamente praticate, il fatto che possano autonomamente condurre un dialogo di pensiero e di vita. Se anche a tale livello la sfera religiosa è tenuta separata dall’azione politica, grandi benefici ne provengono per gli individui e per le comunità. D’altro canto, le Nazioni Unite possono contare sui risultati del dialogo fra religioni e trarre frutto dalla disponibilità dei credenti a porre le propri esperienze a servizio del bene comune. Loro compito è quello di proporre una visione della fede non in termini di intolleranza, di discriminazione e di conflitto, ma in termini di rispetto totale della verità, della coesistenza, dei diritti e della riconciliazione.

Ovviamente i diritti umani debbono includere il diritto di libertà religiosa, compreso come espressione di una dimensione che è al tempo stesso individuale e comunitaria, una visione che manifesta l’unità della persona, pur distinguendo chiaramente fra la dimensione di cittadino e quella di credente. L’attività delle Nazioni Unite negli anni recenti ha assicurato che il dibattito pubblico offra spazio a punti di vista ispirati ad una visione religiosa in tutte le sue dimensioni, inclusa quella rituale, di culto, di educazione, di diffusione di informazioni, come pure la libertà di professare o di scegliere una religione. È perciò inconcepibile che dei credenti debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti. I diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente o con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva. Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve esser tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale. In verità, già lo stanno facendo, ad esempio, attraverso il loro coinvolgimento influente e generoso in una vasta rete di iniziative, che vanno dalle università, alle istituzioni scientifiche, alle scuole, alle agenzie di cure mediche e ad organizzazioni caritative al servizio dei più poveri e dei più marginalizzati. Il rifiuto di riconoscere il contributo alla società che è radicato nella dimensione religiosa e nella ricerca dell’Assoluto – per sua stessa natura, espressione della comunione fra persone – privilegerebbe indubbiamente un approccio individualistico e frammenterebbe l’unità della persona.

La mia presenza in questa Assemblea è un segno di stima per le Nazioni Unite ed è intesa quale espressione della speranza che l’Organizzazione possa servire sempre più come segno di unità fra Stati e quale strumento di servizio per tutta l’umana famiglia. Essa mostra pure la volontà della Chiesa Cattolica di offrire il contributo che le è proprio alla costruzione di relazioni internazionali in un modo che permetta ad ogni persona e ad ogni popolo di percepire di poter fare la differenza. La Chiesa opera inoltre per la realizzazione di tali obiettivi attraverso l’attività internazionale della Santa Sede, in modo coerente con il proprio contributo nella sfera etica e morale e con la libera attività dei propri fedeli. Indubbiamente la Santa Sede ha sempre avuto un posto nelle assemblee delle Nazioni, manifestando così il proprio carattere specifico quale soggetto nell’ambito internazionale. Come hanno recentemente confermato le Nazioni Unite, la Santa Sede offre così il proprio contributo secondo le disposizioni della legge internazionale, aiuta a definirla e ad essa fa riferimento.

Le Nazioni Unite rimangono un luogo privilegiato nel quale la Chiesa è impegnata a portare la propria esperienza “in umanità”, sviluppata lungo i secoli fra popoli di ogni razza e cultura, e a metterla a disposizione di tutti i membri della comunità internazionale. Questa esperienza ed attività, dirette ad ottenere la libertà per ogni credente, cercano inoltre di aumentare la protezione offerta ai diritti della persona. Tali diritti sono basati e modellati sulla natura trascendente della persona, che permette a uomini e donne di percorrere il loro cammino di fede e la loro ricerca di Dio in questo mondo. Il riconoscimento di questa dimensione va rafforzato se vogliamo sostenere la speranza dell’umanità in un mondo migliore, e se vogliamo creare le condizioni per la pace, lo sviluppo, la cooperazione e la garanzia dei diritti delle generazioni future.

Nella mia recente Enciclica Spe salvi, ho sottolineato “che la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione” (n. 25). Per i cristiani tale compito è motivato dalla speranza che scaturisce dall’opera salvifica di Gesù Cristo. Ecco perché la Chiesa è lieta di essere associata all’attività di questa illustre Organizzazione, alla quale è affidata la responsabilità di promuovere la pace e la buona volontà in tutto il mondo. Cari amici, vi ringrazio per l’odierna opportunità di rivolgermi a voi e prometto il sostegno delle mie preghiere per il proseguimento del vostro nobile compito.

Prima di congedarmi da questa illustre Assemblea, vorrei rivolgere il mio augurio, nelle lingue ufficiali, a tutte le Nazioni che vi sono rappresentate:

Peace and Prosperity with God’s help!

Paix et prospérité, avec l’aide de Dieu!

Paz y prosperidad con la ayuda de Dios!

Grazie molte!


Ultima modifica di spe salvi il Sab 19 Apr 2008, 21:31, modificato 1 volta

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Considerazioni sul discorso del Santo Padre all'ONU

Messaggio Da spe salvi il Sab 19 Apr 2008, 15:36

NEWSLETTER IL TIMONE 19.04.2008

IL PAPA ALL'ONU: TE LI DO' IO I DIRITTI UMANI
di Riccardo Cascioli
Con il discorso alle Nazioni Unite pronunciato il 18 aprile, il Papa ha ancora una volta spiazzato la maggior parte degli analisti. Era noto che avrebbe parlato di diritti umani, anche perché l’invito a parlare al Palazzo di Vetro coincideva proprio con il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. Ma in molti si aspettavano che si soffermasse su sviluppo, ambiente, vita, famiglia, pace e così via. Argomenti che il Papa ha soltanto sfiorato, a titolo esemplificativo, andando invece al cuore del problema: cosa sono i diritti umani, qual è la loro radice, e qual è dunque il compito degli Stati.

Si tratta di un intervento che, pur nella morbidezza dei toni, è di una grande durezza e determinazione perché si tratta di una critica radicale al dibattito sui diritti umani così come viene condotto alle Nazioni Unite. La battaglia che le solite lobby e tanti governi (Unione Europea in testa) stanno conducendo oggi, ruota infatti intorno al tentativo di “ridefinire” i diritti umani legandoli ai contesti culturali, sociali e politici. E’ quello che accade con il tentativo di invocare un diritto universale all’aborto, e con il tentativo di considerare famiglia ogni genere di unione. Ma non solo: in Europa, ad esempio, aumentano le sentenze di tribunali che “giustificano” la violazione del nostro diritto in nome della cultura di provenienza degli immigrati islamici (vedi la poligamia e la violenza contro le donne). Ed è una visione che fa gioire anche la Cina e altri Paesi asiatici che hanno sempre invocato una propria, originale, concezione dei diritti umani a motivo della loro cultura (in realtà per giustificare l’oppressione dei propri popoli).

Il Papa ha spazzato via qualunque ambiguità al proposito: “I diritti umani sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà… Non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti”. Se si viene meno a questa concezione, ha detto il Papa, il risultato è il restringersi dei diritti umani, anche quando sembrerebbe che se ne voglia allargare l’ambito.
Il Papa è consapevole che alle Nazioni Unite sono rimasti ben pochi a sostenere che i diritti umani sono universali e fondati sulla legge naturale e – potremmo aggiungere – una spallata decisiva si sta portando sulla spinta dell’ideologia ecologista che pretende addirittura di cancellare la centralità dell’uomo quale criterio ultimo delle politiche globali (la Carta della Terra promulgata nel 2000 all’interno del sistema delle Nazioni Unite sostituisce i diritti dell’uomo con i diritti della comunità di vita, in cui uomini, animali e piante hanno gli stessi diritti).
Così il Papa chiama a "raddoppiare gli sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione (Universale dei diritti dell’uomo) e di comprometterne l’intima unità, così da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari”.

Da questo punto di vista colpisce anche l’insistenza di Benedetto XVI sulla differenza tra legalità (ovvero norme volute da chi detiene il potere) e giustizia (che non cambia ed è l’unica fonte dei diritti umani). Proprio su questa distinzione poggia l’istituto dell’obiezione di coscienza che, ad esempio, l’Unione Europea amerebbe limitare o addirittura cancellare (ci ha provato anche il governo italiano uscente). Tutto il resto – la libertà religiosa, il ruolo della scienza, il superamento delle ineguaglianze, il rispetto del Creato, la promozione della famiglia – è una conseguenza ed è importante andarsi a rileggere l’intero discorso del Papa per cogliere l’intima unità tra tutti gli aspetti che riguardano la persona umana.

Un’ultima notazione: i rappresentanti dei 192 Paesi che hanno ascoltato il discorso, hanno tributato al Papa una “standing ovation” di un minuto: sembrerebbe contraddittorio considerando che in nome dei propri governi, gran parte di quei rappresentanti lavorano ogni giorno nella direzione contraria a quella indicata dal Papa. Escludiamo che si sia trattato di un applauso di circostanza, era troppo partecipato e sincero. Rimangono due possibilità: la prima è che non abbiano capito in realtà cosa abbia detto il Papa, ma escluderemmo anche questa ipotesi; sia perché il discorso era molto chiaro e senza giri di parole sia perché chi non capisce al massimo resta in silenzio o applaude giusto per educazione. Sicuramente non dedica una “standing ovation”. C’è dunque una sola spiegazione plausibile: che abbiano cioè applaudito non in rappresentanza dei propri governi, ma come persone che si sono sentite “lette” nel cuore, nel loro desiderio personale di giustizia e di libertà; che si sono sentite valorizzate nella loro dignità di uomini. In altre parole: hanno applaudito come uomini, non come rappresentanti; in nome della giustizia, non della legalità.

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Omelia di Benedetto XVI per la Santa Messa nella Cattedrale di Saint Patrick

Messaggio Da spe salvi il Dom 20 Apr 2008, 10:45

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

con grande affetto nel Signore saluto tutti voi che rappresentate i Vescovi, i sacerdoti e i diaconi, gli uomini e le donne di vita consacrata e i seminaristi degli Stati Uniti. Ringrazio il Cardinale Egan per il cordiale benvenuto e per gli auguri che ha espresso in vostro nome per questo inizio del quarto anno del mio Pontificato. Sono lieto di celebrare questa Messa con voi che siete stati scelti dal Signore, che avete risposto alla sua chiamata e che dedicate la vostra vita alla ricerca della santità, alla diffusione del Vangelo e all’edificazione della Chiesa nella fede, nella speranza e nell’amore.
Raccolti in questa cattedrale storica, come non pensare agli innumerevoli uomini e donne che ci hanno preceduti, che hanno lavorato per la crescita della Chiesa negli Stati Uniti, lasciandoci un patrimonio durevole di fede e di buone opere? Nella prima lettura di oggi abbiamo visto come gli Apostoli, nella forza dello Spirito Santo, uscirono dalla sala al piano superiore per annunziare le grandi opere di Dio a persone di ogni nazione e lingua. In questo Paese la missione della Chiesa ha sempre comportato un attrarre la gente “di ogni nazione che è sotto il cielo” (At 2,5) entro un’unità spirituale arricchendo il Corpo di Cristo con la molteplicità dei loro doni. Mentre ringraziamo per le benedizioni del passato e consideriamo le sfide del futuro, vogliamo implorare da Dio la grazia di una nuova Pentecoste per la Chiesa in America. Possano discendere su tutti i presenti lingue come di fuoco, fondendo l’amore ardente per Dio e il prossimo con lo zelo per la propagazione del Regno di Dio!
Nella seconda lettura di questa mattina, san Paolo ci ricorda che l’unità spirituale – quell’unità che riconcilia ed arricchisce la diversità – ha la sua origine e il suo modello supremo nella vita del Dio uno e trino. Come comunione di amore puro e libertà infinita, la Santissima Trinità fa nascere incessantemente vita nuova nell’opera di creazione e redenzione. La Chiesa come “popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (cfr Lumen gentium, 4) è chiamata a proclamare il dono della vita, a proteggere la vita e a promuovere una cultura della vita. Qui, in questa cattedrale, il nostro pensiero va naturalmente alla testimonianza eroica per il Vangelo della vita offerta dai defunti Cardinali Cooke ed O’Connor. La proclamazione della vita, della vita in abbondanza, deve essere il cuore della nuova evangelizzazione. Poiché la vera vita – la nostra salvezza – può essere trovata solo nella riconciliazione, nella libertà e nell’amore che sono doni gratuiti di Dio.
È questo il messaggio di speranza che siamo chiamati ad annunziare e ad incarnare in un mondo in cui egocentrismo, avidità, violenza e cinismo così spesso sembrano soffocare la fragile crescita della grazia nel cuore della gente. Sant’Ireneo con grande penetrazione ha capito che l’esortazione di Mosè al popolo d’Israele: “Scegli la vita!” (Dt 30,19) era la ragione più profonda per la nostra obbedienza a tutti i comandamenti di Dio (cfr Adv. Haer. IV, 16, 2-5). Forse abbiamo perso di vista che in una società in cui la Chiesa a molti sembra essere legalista ed “istituzionale”, la nostra sfida più urgente è di comunicare la gioia che nasce dalla fede e l’esperienza dell’amore di Dio.
Sono particolarmente lieto che ci siamo radunati nella cattedrale di san Patrizio. Forse più di ogni altra chiesa negli Stati Uniti, questo luogo è conosciuto ed amato come “una casa di preghiera per tutti i popoli” (cfr Is 56,7; Mc 11,17). Ogni giorno migliaia di uomini, donne e bambini entrano per le sue porte e trovano la pace dentro le sue mura. L’Arcivescovo John Hughes che – come ci ha ricordato il Cardinale Egan – è stato il promotore della costruzione di questo venerabile edificio, volle erigerlo in puro stile gotico. Voleva che questa cattedrale ricordasse alla giovane Chiesa in America la grande tradizione spirituale di cui era erede, e che la ispirasse a portare il meglio di tale patrimonio nella edificazione del Corpo di Cristo in questo Paese. Vorrei richiamare la vostra attenzione su alcuni aspetti di questa bellissima struttura, che mi sembra possa servire come punto di partenza per una riflessione sulle nostre vocazioni particolari all’interno dell’unità del Corpo mistico.
Il primo aspetto riguarda le finestre con vetrate istoriate che inondano l’ambiente interno di una luce mistica. Viste da fuori, tali finestre appaiono scure, pesanti, addirittura tetre. Ma quando si entra nella chiesa, esse all’improvviso prendono vita; riflettendo la luce che le attraversa rivelano tutto il loro splendore. Molti scrittori – qui in America possiamo pensare a Nathaniel Hawthorne – hanno usato l’immagine dei vetri istoriati per illustrare il mistero della Chiesa stessa. È solo dal di dentro, dall’esperienza di fede e di vita ecclesiale che vediamo la Chiesa così come è veramente: inondata di grazia, splendente di bellezza, adorna dei molteplici doni dello Spirito. Ne consegue che noi, che viviamo la vita di grazia nella comunione della Chiesa, siamo chiamati ad attrarre dentro questo mistero di luce tutta la gente.
Non è un compito facile in un mondo che può essere incline a guardare la Chiesa, come quelle finestre istoriate, “dal di fuori”: un mondo che sente profondamente un bisogno di spiritualità, ma trova difficile “entrare nel” mistero della Chiesa. Anche per qualcuno di noi all’interno, la luce della fede può essere attenuata dalla routine e lo splendore della Chiesa essere offuscato dai peccati e dalle debolezze dei suoi membri. L’offuscamento può derivare anche dagli ostacoli incontrati in una società che a volte sembra aver dimenticato Dio ed irritarsi di fronte alle richieste più elementari della morale cristiana. Voi che avete consacrato la vostra vita a rendere testimonianza all’amore di Cristo e all’edificazione del suo Corpo sapete dal vostro contatto quotidiano con il mondo intorno a noi, quanto a volte si sia tentati di cedere alla frustrazione, alla delusione e addirittura al pessimismo circa il futuro. Con una parola: non è sempre facile vedere la luce dello Spirito intorno a noi, lo splendore del Signore risorto che illumina la nostra vita ed infonde nuova speranza nella sua vittoria sul mondo (cfr Gv 16,33).
La parola di Dio, tuttavia, ci ricorda che nella fede noi vediamo i cieli aperti e la grazia dello Spirito Santo illuminare la Chiesa e portare una speranza sicura al nostro mondo. “Signore, mio Dio”, canta il salmista, “se mandi il tuo Spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (Sal 104,30). Queste parole evocano la prima creazione, quando “lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn 1,2). Ed esse spingono il nostro sguardo avanti verso la nuova creazione, a Pentecoste, quando lo Spirito Santo discese sugli Apostoli ed instaurò la Chiesa come primizia dell’umanità redenta (cfr Gv 20,22-23). Queste parole ci esortano ad una fede sempre più profonda nella potenza infinita di Dio di trasformare ogni situazione umana, di creare vita dalla morte e di rischiarare anche la notte più buia. E ci fanno pensare ad un’altra bellissima frase di sant’Ireneo: “Dov’è la Chiesa, lì è lo Spirito di Dio; dov’è lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia” (Adv. Haer. III, 24,1).
Ciò mi conduce ad un'altra riflessione sull’architettura di questa chiesa. Come tutte le cattedrali gotiche, essa è una struttura molto complessa, le cui proporzioni precise ed armoniose simboleggiano l’unità della creazione di Dio. Gli artisti medievali spesso rappresentavano Cristo, la Parola creatrice di Dio, come un “geometra” celeste, col compasso in mano, che ordina il cosmo con infinita sapienza e determinazione. Una simile immagine non ci fa forse venire in mente il nostro bisogno di vedere tutte le cose con gli occhi della fede, per poterle in questo modo comprendere nella loro prospettiva più vera, nell’unità del piano eterno di Dio? Ciò richiede, come sappiamo, una continua conversione e l’impegno di “rinnovarci nello spirito della nostra mente” (cfr Ef 4,23), per acquistare una mentalità nuova e spirituale. Esige anche lo sviluppo di quelle virtù che mettono ciascuno di noi in grado di crescere in santità e di portare frutti spirituali nel proprio stato di vita. Non è forse questa costante conversione “intellettuale” altrettanto necessaria quanto la conversione “morale” per la nostra crescita nella fede, per il nostro discernimento dei segni dei tempi e per il nostro contributo personale alla vita e la missione della Chiesa?

Una delle grandi delusioni che seguirono il Concilio Vaticano II, con la sua esortazione ad un più grande impegno nella missione della Chiesa per il mondo, penso, sia stata per tutti noi l’esperienza di divisione tra gruppi diversi, generazioni diverse e membri diversi della stessa famiglia religiosa. Possiamo andare avanti solo se insieme fissiamo il nostro sguardo su Cristo! Nella luce della fede scopriremo allora la sapienza e la forza necessarie per aprirci verso punti di vista che eventualmente non coincidono del tutto con le nostre idee o i nostri presupposti. Così possiamo valutare i punti di vista di altri, siano essi più giovani o più anziani di noi, e infine ascoltare “ciò che lo Spirito dice” a noi ed alla Chiesa (cfr Ap 2, 7). In questo modo ci muoveremo insieme verso quel vero rinnovamento spirituale che voleva il Concilio, un rinnovamento che, solo, può rinforzare la Chiesa nella santità e nell’unità indispensabili per la proclamazione efficace del Vangelo nel mondo di oggi.
Non è forse stata questa unità di visione e d’intenti – radicata nella fede e nello spirito di continua conversione e personale sacrificio – il segreto della crescita sorprendente della Chiesa in questo Paese? Basti pensare all’opera straordinaria di quel sacerdote americano esemplare, il venerabile Michael McGivney, la cui visione e zelo conducevano alla fondazione dei Knights of Columbus, o all’eredità spirituale di generazioni di religiose, religiosi e sacerdoti che silenziosamente hanno dedicato la loro vita al servizio del popolo di Dio in innumerevoli scuole, ospedali e parrocchie.
Qui, nel contesto del nostro bisogno di una prospettiva fondata sulla fede e di unità e collaborazione nel lavoro dell’edificazione della Chiesa, vorrei dire una parola circa l’abuso sessuale che ha causato tanta sofferenza. Ho già avuto modo di parlare di questo e del conseguente danno per la comunità dei fedeli. Qui desidero semplicemente assicurare a voi, cari sacerdoti e religiosi, la mia vicinanza spirituale, mentre cercate di rispondere con speranza cristiana alle continue sfide presentate da questa situazione. Mi unisco a voi pregando affinché questo sia un tempo di purificazione per ciascuno e per ogni singola Chiesa e comunità religiosa, sia un tempo di guarigione. Vi incoraggio pure a cooperare con i vostri Vescovi, che continuano a lavorare efficacemente per risolvere questo problema. Che il Signore Gesù Cristo conceda alla Chiesa in America un rinnovato senso di unità e di decisione, mentre tutti – Vescovi, clero, religiosi, religiose e laici – camminano nella speranza e nell’amore per la verità e gli uni per gli altri.
Cari amici, queste considerazioni mi conducono ad un’ultima osservazione riguardo a questa grande cattedrale in cui ci troviamo. L’unità di una cattedrale gotica, lo sappiamo, non è l’unità statica di un tempio classico, ma un’unità nata dalla tensione dinamica di forze diverse che spingono l’architettura in alto, orientandola verso il cielo. Anche qui possiamo vedere un simbolo dell’unità della Chiesa che è unità – come san Paolo ci ha detto – di un corpo vivo composto da molte membra diverse, ognuno con il proprio ruolo e la propria determinazione. Anche qui vediamo la necessità di riconoscere e rispettare i doni di ogni singolo membro del corpo come “manifestazioni dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12,7). Certo, nella struttura della Chiesa voluta da Dio occorre distinguere tra i doni gerarchici e quelli carismatici (cfr Lumen gentium, 4). Ma proprio la varietà e la ricchezza delle grazie concesse dallo Spirito ci invitano costantemente a discernere come questi doni debbano essere inseriti in modo giusto nel servizio della missione della Chiesa. Voi, cari sacerdoti, mediante l’ordinazione sacramentale siete stati conformati a Cristo, Capo del Corpo. Voi, cari diaconi, siete stati ordinati per il servizio di questo Corpo. Voi, cari religiosi e religiose, sia contemplativi che dediti all’apostolato, avete consacrato la vostra vita alla sequela del Maestro divino nell’amore generoso e nella piena fedeltà al suo Vangelo. Tutti voi che oggi riempite questa cattedrale, così come i vostri fratelli e sorelle anziani, malati o in pensione che uniscono le loro preghiere e i loro sacrifici al vostro lavoro, siete chiamati ad essere forze di unità all’interno del Corpo di Cristo. Mediante la vostra testimonianza personale e la vostra fedeltà al ministero o all’apostolato a voi affidato preparate la via allo Spirito. Poiché lo Spirito non cessa mai di effondere i suoi doni abbondanti, suscitare nuove vocazioni e nuove missioni e di guidare la Chiesa – come il Signore ha promesso nel brano evangelico di stamattina – alla verità tutta intera (cfr Gv 16, 13).
Volgiamo dunque il nostro sguardo in alto! E con grande umiltà e fiducia chiediamo allo Spirito di metterci in grado ogni giorno di crescere nella santità che ci renderà pietre vive nel tempio che Egli sta innalzando proprio adesso in mezzo al mondo. Se dobbiamo essere forze vere di unità, allora impegniamoci ad essere i primi a cercare una riconciliazione interiore mediante la penitenza! Perdoniamo i torti subiti e soffochiamo ogni sentimento di rabbia e di contesa! Impegniamoci ad essere i primi a dimostrare l’umiltà e la purità di cuore necessarie per avvicinarci allo splendore della verità di Dio! In fedeltà al deposito della fede affidato agli Apostoli (cfr 1 Tm 6,20), impegniamoci ad essere gioiosi testimoni della forza trasformatrice del Vangelo!
Cari fratelli e sorelle, in conformità con le tradizioni più nobili della Chiesa in questo Paese, siate anche i primi amici del povero, del profugo, dello straniero, del malato e di tutti i sofferenti! Agite come fari di speranza, irradiando la luce di Cristo nel mondo ed incoraggiando i giovani a scoprire la bellezza di una vita donata completamente al Signore e alla sua Chiesa! Rivolgo questo appello in modo speciale ai tanti seminaristi e giovani religiose e religiosi qui presenti. Ciascuno di voi ha un posto particolare nel mio cuore. Non dimenticate mai che siete chiamati a portare avanti, con tutto l’entusiasmo e la gioia che vi dona lo Spirito, un’opera che altri hanno cominciato, un patrimonio che un giorno anche voi dovrete passare ad una nuova generazione. Lavorate con generosità e gioia, perché Colui che servite è il Signore!
Le punte delle torri della cattedrale di san Patrizio vengono di gran lunga superate dai grattacieli del profilo di Manhattan; tuttavia, nel cuore di questa metropoli indaffarata esse sono un segno vivo che ricorda la costante nostalgia dello spirito umano di elevarsi verso Dio. In questa Celebrazione eucaristica vogliamo ringraziare il Signore perché ci permette di riconoscerlo nella comunione della Chiesa e di collaborare con Lui, edificando il suo Corpo mistico e portando la sua parola salvifica come buona novella agli uomini e alle donne del nostro tempo. E quando poi usciremo da questa grande chiesa, andiamo come araldi della speranza in mezzo a questa città e in tutti quei luoghi dove la grazia di Dio ci ha posto. In questo modo la Chiesa in America conoscerà una nuova primavera nello Spirito ed indicherà la via verso quell’altra città più grande, la nuova Gerusalemme, la cui luce è l’Agnello (cfr Ap 21,23). Poiché Dio sta preparando anche ora un banchetto di gioia e vita infinite per tutti i popoli. Amen

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Sant’Agostino: “Ti riesca sempre sgradito ciò che sei, se vuoi giungere a ciò che non sei ancora. Infatti là dove ti senti bene, ti fermi; e dici addirittura: basta così, e così sprofondi. Aggiungi continuamente, cammina sempre, procedi in avanti di continuo: non fermarti lungo il cammino, non voltarti, non deviare. Resta indietro chi non avanza(...)Devia dal cammino chi devia dalla fede. Meglio uno storpio sul cammino, che un corridore fuori strada.”
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Saluto del Papa ai giovani disabili

Messaggio Da spe salvi il Dom 20 Apr 2008, 10:47

Eminenza, Eccellenza,
cari amici,

sono molto lieto di avere questa opportunità di fermarmi alcuni momenti con voi. Ringrazio il Cardinale per il suo saluto e soprattutto ringrazio i vostri rappresentanti per le loro gentili espressioni e per il dono del vostro elaborato. Sappiate che è per me una grande gioia stare con voi. Vi prego di porgere il mio saluto ai vostri genitori e familiari, ai vostri insegnanti ed assistenti.
Dio vi ha benedetto con il dono della vita e vi ha dato anche altri talenti e qualità. Attraverso questi doni voi potete servire in molti modi Dio e la società. Sebbene il contributo di alcuni possa apparire grande e quello di altri più modesto, il valore della testimonianza dei nostri sforzi costituisce sempre per tutti un segno di speranza.
A volte è arduo trovare una ragione per quanto appare soltanto come una difficoltà da superare o un dolore da affrontare. Nonostante ciò la fede ci aiuta a spalancare l’orizzonte al di là di noi stessi e vedere la vita come Dio la vede. L’amore incondizionato di Dio, che raggiunge ogni individuo, è un indicatore di significato e di scopo per ogni uomo. Attraverso la sua Croce, Gesù ci fa veramente entrare nel suo amore salvifico (cfr Gv 12,32) e così facendo ci mostra la direzione – la via della speranza che ci trasfigura, in modo che a nostra volta diventiamo per gli altri portatori di speranza e di amore.
Cari amici, vi incoraggio a pregare tutti i giorni per il nostro mondo. Vi sono tante intenzioni e tanta gente per cui potete pregare, compresi coloro che devono ancora arrivare a conoscere Gesù. E vi chiedo di pregare anche per me. Come sapete, ho appena compiuto un altro anno. Il tempo vola.
Grazie ancora a tutti voi, compresi i Giovani Cantori della Cattedrale di San Patrizio e i membri del Coro dei Sordi dell’Arcidiocesi. In segno di vigore e di pace e con grande affetto nel Signore, imparto a voi e alle vostre famiglie, ai vostri insegnanti ed assistenti la mia Benedizione Apostolica.


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Discorso del Santo Padre ai giovani ed ai seminaristi al Seminario St. Joseph

Messaggio Da spe salvi il Dom 20 Apr 2008, 10:50

Eminenza,
cari Confratelli nell’Episcopato,
cari giovani amici,
proclamate il Cristo Signore, “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi!” (1 Pt 3, 15). Con queste parole della Prima Lettera di Pietro saluto ciascuno di voi con cordiale affetto. Ringrazio il Cardinale Egan per le sue gentili parole di benvenuto e ringrazio anche i rappresentati scelti tra di voi per i loro gesti gioiosa accoglienza. Al Vescovo Walsh, Rettore del Saint Joseph Seminary, al personale e ai seminaristi rivolgo i miei saluti particolari ed esprimo la mia gratitudine.
Giovani amici, sono molto lieto di aver l’occasione di parlare con voi. Portate, per favore, i miei cordiali saluti ai membri delle vostre famiglie e ai vostri parenti, come anche agli insegnanti e al personale delle varie Scuole, Collegi ed Università a cui appartenete. So che molti hanno lavorato intensamente per garantire la realizzazione di questo nostro incontro. A loro sono molto riconoscente. Desidero anche esprimere il mio apprezzamento per il vostro canto di “Happy Birthday”! Grazie per questo gesto commovente; do a tutti voi un “A plus” (= “Trenta e lode”) per la vostra pronuncia tedesca! Stasera vorrei condividere con voi qualche pensiero sull’essere discepoli di Gesù Cristo – in cammino sulle orme del Signore, la nostra vita diventa un viaggio della speranza.
Avete davanti le immagini di sei uomini e donne che sono cresciuti per condurre delle vite straordinarie. La Chiesa li onora come Venerabili, Beati o Santi: ognuno ha risposto alla chiamata di Dio ad una vita di carità e ognuno Lo ha servito qui nei vicoli, nelle strade e nei sobborghi di New York. Sono colpito da quanto eterogeneo sia il loro gruppo: poveri e ricchi, uomini laici e donne laiche – una era sposa e madre benestante – sacerdoti e suore, immigranti da lontano, la figlia di un guerriero Mohawk e una madre Algonquin, un altro era schiavo haitiano, e uno un intellettuale cubano.
Santa Elisabetta Anna Seton, santa Francesca Saveria Cabrini, San Giovanni Neumann, la beata Kateri Tekakwitha, il venerabile Pierre Toussaint e il Padre Felix Varela: ognuno di noi potrebbe essere tra di loro, perché non c’è uno stereotipo per questo gruppo, nessun modello uniforme. Ma uno sguardo più ravvicinato rivela che ci sono elementi comuni. Infiammate dall’amore di Gesù, le loro vite diventarono straordinari tragitti di speranza. Per alcuni ciò significò lasciare la Patria ed imbarcarsi per un pellegrinaggio di migliaia di chilometri. Per ciascuno fu un atto di abbandono in Dio nella fiducia che Egli è la destinazione finale di ogni pellegrino. E tutti offrivano una “mano tesa” di speranza a quanti incontravano per via, non di rado destando in loro una vita di fede. Attraverso orfanotrofi, scuole ed ospedali, prendendosi cura dei poveri, dei malati e degli emarginati, e mediante la testimonianza convincente che deriva dal camminare umilmente sulle orme di Gesù, queste sei persone aprirono la via della fede, speranza e carità ad innumerevoli persone, compresi forse gli stessi loro antenati.
E oggi? Chi porta la testimonianza della Buona Novella di Gesù sulle strade di New York, nei sobborghi inquieti al margine delle grandi città, nei luoghi dove i giovani si radunano alla ricerca di qualcuno di cui fidarsi? Dio è la nostra origine e la nostra destinazione, e Gesù è la via. Il percorso di questo viaggio serpeggia – come quello dei nostri santi – attraverso le gioie e le prove della normale vita quotidiana: all’interno delle vostre famiglie, nella scuola o nel collegio, durante le vostre attività per il tempo libero e nelle vostre comunità parrocchiali. Tutti questi luoghi sono segnati dalla cultura in cui state crescendo. Come giovani americani vi si offrono molte possibilità per lo sviluppo personale e siete stati educati con un senso di generosità, di servizio e di fairness. Ma non avete bisogno che io vi dica che ci sono anche difficoltà: comportamenti e modi di pensare che soffocano la speranza, strade che sembrano condurre alla felicità e alla soddisfazione, ma che finiscono solo in confusione e angoscia.
I miei anni da teenager sono stati rovinati da un regime infausto che pensava di possedere tutte le risposte; il suo influsso crebbe – penetrando nelle scuole e negli organismi civili come anche nella politica e addirittura nella religione – prima di essere pienamente riconosciuto per quel mostro che era. Esso mise Dio al bando, e così diventò inaccessibile per tutto ciò che era vero e buono. Molti dei vostri genitori e nonni vi avranno raccontato l’orrore della distruzione che seguì. Alcuni di loro, infatti, vennero in America proprio per sfuggire a tale terrore.
Ringraziamo Dio, perché oggi molti della vostra generazione sono in grado di godere le libertà che sono emerse grazie alla diffusione della democrazia e del rispetto dei diritti umani. Ringraziamo Dio per tutti coloro che si battono per assicurare che voi possiate crescere in un ambiente che coltiva ciò che è bello, buono e vero: i vostri genitori e nonni, i vostri insegnanti e sacerdoti, quelle autorità civili che cercano ciò che è retto e giusto.
Il potere distruttivo, tuttavia, rimane. Sostenere il contrario significherebbe ingannare se stessi. Ma esso non trionferà mai; è stato sconfitto. È questa l’essenza della speranza che ci distingue come cristiani; la Chiesa lo ricorda in modo molto drammatico durante il Triduo Pasquale e lo celebra con grande gioia nel Tempo Pasquale! Colui che ci indica la via oltre la morte è Colui che ci indica come superare distruzione e angoscia: è quindi Gesù il vero maestro di vita (cfr Spe salvi, 6). La sua morte e risurrezione significa che possiamo dire al Padre celeste: “Tu hai rinnovato il mondo” (Venerdì Santo, Preghiera dopo la comunione). E così, appena qualche settimana fa, durante la bellissima liturgia della Veglia Pasquale non era per disperazione o angoscia, ma con una fiducia piena di speranza, che abbiamo gridato a Dio in favore del nostro mondo: Disperdi le tenebre del nostro cuore! Disperdi le tenebre del nostro spirito! (cfr Preghiera durante l’accensione del cero pasquale).
Che cosa possono essere queste tenebre? Cosa succede quando le persone, soprattutto le più vulnerabili, incontrano il pugno chiuso della repressione o della manipolazione invece della mano tesa della speranza? Il primo gruppo di esempi appartiene al cuore. Qui, i sogni e desideri che i giovani perseguono possono essere così facilmente frantumati e distrutti. Penso a quanti sono colpiti dall’abuso della droga e degli stupefacenti, dalla mancanza di una casa e dalla povertà, dal razzismo, dalla violenza e dalla degradazione – particolarmente ragazze e donne. Mentre le cause di tali situazioni problematiche sono complesse, tutte hanno in comune un atteggiamento mentale avvelenato che si manifesta nel trattare le persone come meri oggetti – si afferma così un’insensibilità di cuore che prima ignora e poi deride la dignità data da Dio ad ogni persona umana. Simili tragedie mostrano anche che cosa avrebbe potuto essere e che cosa potrebbe essere ora, se lì altre mani – le vostre mani – si fossero tese o si tendessero verso di loro. Vi incoraggio ad invitare altri, soprattutto i vulnerabili e gli innocenti, ad associarsi a voi nel cammino della bontà e della speranza.
La seconda zona di tenebre – quelle che colpiscono lo spirito – rimane spesso non avvertita, e per questa ragione è particolarmente funesta. La manipolazione della verità distorce la nostra percezione della realtà ed intorbida la nostra immaginazione e le nostre aspirazioni. Ho già menzionato le tante libertà di cui voi per vostra fortuna potete godere. L’importanza fondamentale della libertà deve essere rigorosamente salvaguardata. Non è quindi sorprendente che numerosi individui e gruppi rivendichino ad alta voce in pubblico la loro libertà. Ma la libertà è un valore delicato. Può essere fraintesa o usata male così da non condurre alla felicità che tutti da essa ci aspettiamo, ma verso uno scenario buio di manipolazione, nel quale la nostra comprensione di noi stessi e del mondo si fa confusa o viene addirittura distorta da quanti hanno un loro progetto nascosto.
Avete notato quanto spesso la rivendicazione della libertà viene fatta, senza mai fare riferimento alla verità della persona umana? C’è chi oggi asserisce che il rispetto della libertà del singolo renda ingiusto cercare la verità, compresa la verità su che cosa sia bene. In alcuni ambienti il parlare di verità viene considerato fonte di discussioni o di divisioni e quindi da riservarsi piuttosto alla sfera privata. E al posto della verità – o meglio, della sua assenza – si è diffusa l’idea che, dando valore indiscriminatamente a tutto, si assicura la libertà e si libera la coscienza. È ciò che chiamiamo relativismo. Ma che scopo ha una “libertà” che, ignorando la verità, insegue ciò che è falso o ingiusto? A quanti giovani è stata offerta una mano che, nel nome della libertà o dell’esperienza, li ha guidati all’assuefazione agli stupefacenti, alla confusione morale o intellettuale, alla violenza, alla perdita del rispetto per se stessi, anzi alla disperazione e così, tragicamente, al suicidio? Cari amici, la verità non è un’imposizione. Né è semplicemente un insieme di regole. È la scoperta di Uno che non ci tradisce mai; di Uno del quale possiamo sempre fidarci. Nel cercare la verità arriviamo a vivere in base alla fede perché, in definitiva, la verità è una persona: Gesù Cristo. È questa la ragione per cui l’autentica libertà non è una scelta di “disimpegno da”. È una scelta di “impegno per”; niente di meno che uscire da se stessi e permettere di venire coinvolti nell’ “essere per gli altri” di Cristo (cfr Spe salvi, 28). Come possiamo allora da credenti aiutare gli altri a camminare sulla via della libertà che porta al pieno appagamento e alla felicità duratura? Ritorniamo ancora ai santi. In che modo la loro testimonianza ha veramente liberato altri dalle tenebre del cuore e dello spirito? La risposta si trova nel nocciolo della loro fede – della nostra fede. L’incarnazione, la nascita di Gesù ci dice che Dio, di fatto, cerca un posto fra noi. È pieno l’albergo, ma ciononostante Egli entra per la stalla, e ci sono delle persone che vedono la sua luce. Riconoscono per quello che è il mondo buio e chiuso di Erode e seguono invece il brillare della stella che li guida nel cielo notturno. E che cosa irradia? A questo punto potete ricordarvi della preghiera pronunciata nella santissima notte di Pasqua: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio, luce del mondo, ci hai comunicato la luce della tua gloria, accendi in noi la fiamma viva della tua speranza!” (cfr Benedizione del fuoco). E così, in una processione solenne con le nostre candele accese, ci siamo passati l’un l’altro la luce di Cristo. È la luce che “sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti, dissipa l’odio, ci porta la pace e umilia la superbia del mondo” (Exsultet). È questa la luce di Cristo all’opera. È questa la via dei santi. È la magnifica visione della speranza – la luce di Cristo vi invita ad essere stelle-guida per gli altri, camminando sulla via di Cristo che è via di perdono, di riconciliazione, di umiltà, di gioia e di pace.
A volte, però, siamo tentati di chiuderci in noi stessi, di dubitare della forza dello splendore di Cristo, di limitare l’orizzonte della speranza. Prendete coraggio! Fissate lo sguardo sui nostri santi! La diversità delle loro esperienze della presenza di Dio ci suggerisce di scoprire nuovamente la larghezza e la profondità del cristianesimo. Lasciate che la vostra fantasia spazi liberamente lungo l’espansione illimitata degli orizzonti del discepolato cristiano. A volte siamo considerati persone che parlano soltanto di proibizioni. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità! Un autentico discepolato cristiano è caratterizzato dal senso dello stupore. Stiamo davanti a quel Dio che conosciamo e amiamo come un amico, davanti alla vastità della sua creazione e alla bellezza della nostra fede cristiana.

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continua...

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Discorso del Santo Padre ai giovani ed ai seminaristi al Seminario St. Joseph - segue

Messaggio Da spe salvi il Dom 20 Apr 2008, 10:52

Cari amici, l’esempio dei santi ci invita, poi, a considerare quattro aspetti essenziali del tesoro della nostra fede: preghiera personale e silenzio, preghiera liturgica, carità praticata e vocazioni.
La cosa più importante è che sviluppiate un rapporto personale con Dio. Questo rapporto si esprime nella preghiera. Dio, in virtù della propria natura, parla, ascolta e risponde. San Paolo, infatti, ci ricorda che possiamo e dobbiamo “pregare incessantemente” (cfr 1 Ts 5, 17). Lungi dal piegarci su noi stessi o dal sottrarci dagli alti e bassi della vita, per mezzo della preghiera ci volgiamo a Dio e, attraverso di Lui, ci volgiamo gli uni agli altri, includendo gli emarginati e quanti seguono vie diverse da quelle di Dio (cfr Spe salvi, 33). Come i santi ci insegnano in modo così vivace, la preghiera diventa speranza in atto. Cristo era il loro compagno costante, col quale conversavano ad ogni passo del loro cammino a servizio degli altri.
C’è un altro aspetto della preghiera che dobbiamo ricordare: la contemplazione nel silenzio. San Giovanni, ad esempio, ci dice che per cogliere la rivelazione di Dio bisogna prima ascoltare e poi rispondere annunciando ciò che abbiamo udito e visto (cfr 1 Gv 1, 2-3; Cost. Dei Verbum, 1). Abbiamo forse perso qualcosa dell’arte dell’ascoltare? Lasciate qualche spazio per sentire il sussurrio di Dio che vi chiama a procedere verso la bontà? Amici, non abbiate paura del silenzio e della quiete, ascoltate Dio, adoratelo nell’Eucaristia! Lasciate che la sua parola plasmi il vostro cammino come sviluppo della santità.
Nella liturgia troviamo l’intera Chiesa in preghiera. La parola “liturgia” significa la partecipazione del Popolo di Dio all’“opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa” (Sacrosanctum Concilium, 7). In che cosa consiste questa opera? Prima di tutto si riferisce alla Passione di Cristo, alla sua morte e risurrezione e alla sua ascensione – ciò che chiamiamo “Mistero pasquale”. Si riferisce anche alla celebrazione stessa della liturgia. I due significati, infatti, sono inseparabilmente connessi, perché questa “opera di Gesù” è il vero contenuto della liturgia. Mediante la liturgia, l’“opera di Gesù” viene continuamente messa in contatto con la storia; con la nostra vita, per plasmarla. Qui captiamo un’ulteriore idea della grandezza della nostra fede cristiana. Ogni volta che vi radunate per la Santa Messa, quando andate a confessarvi, ogni volta che celebrate uno dei Sacramenti, Gesù è all’opera. Attraverso lo Spirito Santo vi attira verso di sé, dentro il suo amore sacrificale per il Padre, che diventa amore per tutti. Vediamo così che la liturgia della Chiesa è un ministero di speranza per l’umanità. La vostra partecipazione piena di fede è una speranza attiva che aiuta a tenere il mondo – santi come peccatori – aperto a Dio; è questa la vera speranza umana che noi offriamo a ciascuno (cfr Spe salvi, 34).
La vostra preghiera personale, i vostri tempi di contemplazione silenziosa e la vostra partecipazione alla liturgia della Chiesa vi porta più vicini a Dio e vi prepara pure a servire gli altri. I santi che ci accompagnano stasera ci mostrano che la vita di fede e di speranza è anche una vita di carità. Contemplando Gesù sulla croce, vediamo l’amore nella sua forma più radicale. Possiamo cominciare ad immaginare la via dell’amore sulla quale dobbiamo muoverci (cfr Deus caritas est, 12). Le occasioni per fare questo cammino sono abbondanti. Guardatevi attorno con gli occhi di Cristo, ascoltate con i suoi orecchi, intuite e pensate col suo cuore e il suo spirito. Siete pronti a dare tutto per la verità e la giustizia, come fece Lui? Molti degli esempi di sofferenza ai quali i nostri santi hanno risposto con compassione, si trovano tuttora qui in questa città e dintorni. E sono emerse nuove ingiustizie: alcune sono complesse e derivano dallo sfruttamento del cuore e dalla manipolazione dello spirito; anche il nostro comune ambiente di vita, la terra stessa, geme sotto il peso dell’avidità consumistica e lo sfruttamento irresponsabile. Dobbiamo ascoltare nel profondo. Dobbiamo rispondere con un’azione sociale rinnovata che nasca dall’amore universale che non conosce limiti. In questo modo siamo sicuri che le nostre opere di misericordia e giustizia diventano speranza in atto per gli altri.
Cari giovani, alla fine vorrei dire ancora una parola sulle vocazioni. Prima di tutto, i miei pensieri vanno ai vostri genitori, nonni e padrini. Essi sono stati i vostri primi educatori nella fede. Presentandovi per il Battesimo, essi hanno dato a voi la possibilità di ricevere il dono più grande della vostra vita. In quel giorno siete entrati nella santità di Dio stesso. Siete diventati figlie e figli adottivi del Padre. Siete stati incorporati in Cristo. Siete stati resi una dimora del suo Spirito. Preghiamo per le mamme e i papà in tutto il mondo, specialmente per quanti stanno lottando in ogni modo – socialmente, materialmente, spiritualmente. Onoriamo la vocazione del matrimonio e la dignità della vita familiare. Vogliamo sempre riconoscere che sono le famiglie il luogo dove nascono le vocazioni.
Radunati qui nel Saint Joseph Seminary, saluto i seminaristi presenti e, di fatto, incoraggio tutti i seminaristi ovunque in America. Sono lieto di sapere che il vostro numero sta aumentando! Il Popolo di Dio si aspetta da voi che sarete sacerdoti santi, in un cammino quotidiano di conversione, ispirando negli altri il desiderio di entrare più profondamente nella vita ecclesiale di credenti. Vi esorto ad approfondire la vostra amicizia con Gesù, il Buon Pastore. Parlate con Lui cuore a cuore. Rigettate ogni tentazione di ostentazione, carrierismo o vanità. Tendete verso uno stile di vita caratterizzato veramente da carità, castità e umiltà, nell’imitazione di Cristo, l’eterno Sommo Sacerdote, di cui dovete diventare immagine vivente (cfr Pastores dabo vobis, 33). Cari seminaristi, io prego per voi ogni giorno. Ricordatevi che ciò che conta davanti al Signore è dimorare nel suo amore e irradiare il suo amore per gli altri.
Sorelle, fratelli e sacerdoti delle Congregazioni religiose contribuiscono largamente alla missione della Chiesa. La loro testimonianza profetica è caratterizzata da una profonda convinzione del primato con cui il Vangelo plasma la vita cristiana e trasforma la società. Oggi vorrei richiamare la vostra attenzione sul positivo rinnovamento spirituale che le Congregazioni stanno intraprendendo in relazione al loro carisma. La parola “carisma” significa un dono dato liberamente e gratuitamente. I carismi sono concessi dallo Spirito Santo che ispira fondatori e fondatrici e forma le Congregazioni con un conseguente patrimonio spirituale. La meravigliosa serie di carismi propri a ogni Istituto Religioso è un tesoro spirituale straordinario. La storia della Chiesa, infatti, è forse illustrata nel modo più bello mediante la storia delle sue scuole di spiritualità, la maggior parte delle quali risalgono alle vite sante di fondatori e fondatrici. Sono sicuro che, mediante la scoperta dei carismi che producono una tale vastità di sapienza spirituale, alcuni di voi giovani saranno attirati ad una vita di servizio apostolico o contemplativo. Non siate troppo timidi per parlare con frati, suore o sacerdoti religiosi sul carisma e sulla spiritualità della loro Congregazione. Non esiste nessuna comunità perfetta, ma è il discernimento della fedeltà ad un carisma fondatore, non a qualche persona particolare, che il Signore chiede da voi. Abbiate coraggio! Anche voi potete fare della vostra vita un’autodonazione per l’amore del Signore Gesù e, in Lui, di ogni membro della famiglia umana (cfr Vita consecrata, 3).
Amici, vi domando di nuovo, cosa dire del momento presente? Che cosa state cercando? Che cosa Dio suggerisce a voi? La speranza che mai delude è Gesù Cristo. I santi ci mostrano l’amore disinteressato del suo cammino. Come discepoli di Cristo, i loro tragitti straordinari si svilupparono all’interno di quella comunità della speranza che è la Chiesa. È dall’interno della Chiesa che anche voi troverete il coraggio ed il sostegno per camminare sulla via del Signore. Nutriti dalla preghiera personale, preparati nel silenzio, plasmati dalla liturgia della Chiesa, scoprirete la vocazione particolare che il Signore riserva per voi. Abbracciatela con gioia. Oggi i discepoli di Cristo siete voi. Irradiate la sua luce su questa grande città e oltre. Mostrate al mondo la ragione della speranza che è in voi. Parlate con gli altri della verità che vi rende liberi. Con questi sentimenti di grande speranza in voi, vi saluto con un “arrivederci” nell’attesa di incontrarvi di nuovo a Sydney, nel luglio, per la Giornata Mondiale della Gioventù! E, come pegno del mio affetto per voi e per le vostre famiglie, vi imparto con gioia la Benedizione Apostolica.


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Fonte Radiovaticana

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Fedele al Papa

Sant’Agostino: “Ti riesca sempre sgradito ciò che sei, se vuoi giungere a ciò che non sei ancora. Infatti là dove ti senti bene, ti fermi; e dici addirittura: basta così, e così sprofondi. Aggiungi continuamente, cammina sempre, procedi in avanti di continuo: non fermarti lungo il cammino, non voltarti, non deviare. Resta indietro chi non avanza(...)Devia dal cammino chi devia dalla fede. Meglio uno storpio sul cammino, che un corridore fuori strada.”
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VISITA A GROUND ZERO

Messaggio Da spe salvi il Lun 21 Apr 2008, 14:17

PREGHIERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Ground Zero, New York
Domenica, 20 aprile 2008



O Dio dell’amore, della compassione e della riconciliazione,
rivolgi il Tuo sguardo su di noi, popolo di molte fedi e tradizioni diverse,
che siamo riuniti oggi in questo luogo,
scenario di incredibile violenza e dolore.

Ti chiediamo nella Tua bontà
di concedere luce e pace eterna
a tutti coloro che sono morti in questo luogo—
i primi eroici soccorritori:
i nostri vigili del fuoco, agenti di polizia,
addetti ai servizi di emergenza e personale della Capitaneria di Porto,
insieme a tutti gli uomini e le donne innocenti,
vittime di questa tragedia
solo perché il loro lavoro e il loro servizio
li ha portati qui l’11 settembre 2001.

Ti chiediamo, nella Tua compassione
di portare la guarigione a coloro i quali,
a causa della loro presenza qui in quel giorno,
soffrono per le lesioni e la malattia.
Guarisci, anche la sofferenza delle famiglie ancora in lutto
e di quanti hanno perso persone care in questa tragedia.
Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio e speranza.

Ricordiamo anche coloro
che hanno trovato la morte, i feriti e quanti hanno perso i loro cari
in quello stesso giorno al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania.
I nostri cuori si uniscono ai loro
mentre la nostra preghiera abbraccia il loro dolore e la loro sofferenza.

Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento:
pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne
e pace tra le Nazioni della terra.
Volgi verso il Tuo cammino di amore
coloro che hanno il cuore e la mente
consumati dall’odio.

Dio della comprensione,
sopraffatti dalla dimensione immane di questa tragedia,
cerchiamo la Tua luce e la Tua guida
mentre siamo davanti ad eventi così tremendi.
Concedi a coloro le cui vite sono state risparmiate
di poter vivere in modo che le vite perdute qui
non siano state perdute in vano.
Confortaci e consolaci,
rafforzaci nella speranza
e concedici la saggezza e il coraggio
di lavorare instancabilmente per un mondo
in cui pace e amore autentici regnino
tra le Nazioni e nei cuori di tutti.


© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

fonte: www.vatican.va

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Re: Benedetto XVI negli Stati Uniti dal 15 al 20 aprile 2008

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